Vai al contenuto

Una serata particolare

  • di

Giorni orsono ho avuto il piacere di assistere a una serata di lettura di poesie. L’autore che si proponeva era Giuseppe Basta, un felice poeta che scrive in lingua vernacolare, il dialetto della sua Catanzaro.
Ciò avveniva il 27 ottobre scorso, presso una piccola sala dell’ex Dopolavoro ferroviario di Domodossola.
Erano presenti alcuni autori locali, altri erano giunti dalla vicina Lombardia, poeti anch’essi, “vernacolanti”. Assisteva alla lettura Franco Esposito; giunto in Valle per vedere la mostra, voluta dal comune di Villadossola, e dedicata a Gilberto Carpo. Esposito, poeta anche lui, e che poeta, non ha certo perso l’occasione di assistere alla lettura dei testi di Basta. Esposito, direttore e fondatore di Microprovincia, è certo uno dei maggiori esperti letterari della vecchia provincia di Novara, oggi dilaniata in due insignificanti, inutili enti provinciali che hanno guadagnato il valore di aver smembrato una della maggiori province italiane al solo fine di creare nuovi impieghi nel seno di quella famosa e disdicevole burocrazia che ben conosciamo. Ovviamente, per “par condicio”, altrettanto è accaduto altrove, con grande merito della politica del Paese. Bravi.
Insieme a Esposito, Salvo Iacopino, Giuseppe Possa, Carmelo Morena e un pubblico se non fitto, numeroso, affettuoso, attento.
Basta, servendosi di supporti digitali, leggeva, declamava, alternando alle letture in “presa diretta” brevi filmati tratti dal suo canale YouTube.
A conclusione, scambi di libri, autografi, conversazioni. Una serata appagante e serena, “approntata” con pochi mezzi, inane risorse, poveri strumenti: ci vuol poco per essere felici, o almeno sereni, distesi, contenti, gai. Già.
Non voglio trarre alcuna lezione “sociologica”, da quanto detto. Mi sono limitato alla cronaca, certo non senza rinunciare alla velata polemica.
Ora due parole sull’autore, due sulla poesia e sul dialetto, sulla forza del dialetto, della sua necessità.
Giuseppe Basta nasce a Catanzaro il 20 aprile 1961. Ha al suo attivo tre pubblicazioni: “Nzema”, “Una emozione tradotta in parole”, “Paroliculuriesapuri”.
Scrive in catanzarese “u’ catanzarisa” ‒ se riferito a un nativo di Catanzaro ‒ “scriva catanzarisa, Peppe” si potrebbe dire, per significare il suo registro linguistico, la sua lingua. Questo dialetto è definito un “meridionale estremo”, pur appartenendo al sottogruppo “diatopico” delle lingue italo-romanze. La derivazione è latina, la contaminazione greca, bizantina. Dell’antico greco molto è ancora conservato, particolarmente nella fonetica, nella pronuncia dei suoni che, come per il greco, abbonda di “suoni del mare”, suoni aspirati quali la “f” seguita da vocale: “fiato” si pronuncia “hiatu”, caffè, diventa “caeè”. Del latino mantiene, accentuandole, la “t”, la “d” e “p” raddoppiandole alla maniera del dialetto reggino, ma con una diverso rafforzamento percepibile solo dai parlanti dei due idiomi. Anche le vocali “a” e “u”, in chiusura di parola, subiscono l’influenza latina: “torno” diviene “tornu”, “padre”, “patra”. Analogamente i verbi, quali il greco moderno, guadagnano una struttura verbale specifica, aggiungendo, quale un prefisso, “ma”: “vogghiu ma mangiu”, voglio mangiare, “vaiu ma viu”, vado a vedere. Così per il lessico che pure conserva numerosi esempi appartenenti sia al greco antico sia a quello moderno. Ciò perdura in modo particolare per tutte quelle attività o funzioni, attrezzi, cose che derivano dai lavori nei campi e dai lavori tradizionali, ovvero modi di dire: “tena na parrasìa”, per “tiene una parlantina”; dalla cucina: “culuri” o “culureddi” ‒ biscotti, piccole ciambelle di pasta frolla dichiarano la derivazione tardo-greca: “koulouri”.

Dorma

Dorma, simenza, dorma, pigghia rigettu,      12
dorma ca nu lenzolu ‘e niva è coprilettu,       14
cu ttia vicinu scorza de castagna                      11
e nta nu grubbu scoiattulu ‘e muntagna.       12

Tuttu è pasciatu suttu a chistu pinu,              12
nescia nu filu ‘e fumu ‘e nu caminu,               11
focu de ligna ‘e novu scatterìa                         10
e l’orologgiu a muru tic e ticchettìa;               13

tena lu tempu a tempu ‘e meludìa,                 10
dinnu ca su’ paroli e noti ‘e poesia;                13
dorma ppe n’atru pocu, tu, penzeru meu,     13
doppu l’invernu ti revigghiu eu!                    10

Volera

Volera prestu-prestu regalatu                          11
n’orologgiu ppemma torna arretu,                  11

ma cunta diciott’anni a la rovescia,                11
ma mi riporta ‘a faccia liscia-liscia.                11

Volera ma mi portu appressu ‘e mia:             11
‘a forza, ‘a gioventu, ‘a zita mia.                      10

Volera ma ti dicu comu fù:                              10
t’aju datu amura e amura fù,                           10

volera ma torna arretu ‘a rota,                        10
volera ma ti spusu n’atra vota.                        12

Basta ha questi “colori”. La sua lingua suona dei colori del mare, senza accantonare la malinconia, lo struggimento, la lontananza che appartengono a ogni emigrato: la famiglia, la madre, il luogo natio, quel sole lì, quello di Catanzaro, quel vento, vento di Catanzaro, i sapori, il mare, benché non si sia in presenza di una terra di marinai o pescatori. Questi erano mestieri degli “antichi”, poi tutto è cambiato. Non mare, terra. Non pesca, agricoltura, fondo, mezzadria, caporalato, miseria.
Molti “catanzarisi” vivono in Ossola, molti calabresi, campani, siciliani, sardi, lombardi, veneti, romagnoli. Siamo una società “cosmopolita”, oggi si direbbe in maniera meno felice “multietnica”. A “noi” si aggiungono albanesi, arabi, slavi, bengalesi, creoli, sudamericani, africani. Tra questi un giorno qualcuno scriverà versi, canti di nostalgia, di sapori, di mari, di foreste. Poiché noi siamo la nostra storia, le nostre radici e più si cerca di nascondere, obliare queste ragioni più emergeranno denunciando al mondo, al circondario, al paesello, quello che noi siamo stati, che siamo, che saremo. Esseri umani spesso cattivi, malvagi, qualche volta buoni, benevoli, ospitali. Quella natura cannibale, cannibalesca che nella poesia e nell’arte tutta cerca e ottiene spesso il suo riscatto.
Ecco, allora, il valore assoluto di questi componimenti raccolti da Giuseppe sotto il titolo “Paroliculuriesapuri”, Calabria Letteraria Editrice, 2014, Catanzaro. Non li “traduco”, “pe’ spregiu”, direi in calabrese, per disprezzo, in italiano, ma nel senso di una sufficienza, un disdegno quale: “fumu pe’ spregiu”, fumo per significare che non mi importa della vita, della vita mia, né degli altri, poiché la vita è amara, amara la terra mia, bensì non per questo mi piego.
Non traduco i versi di Giuseppe perché è musica, ritmo, melodia, armonia. È quello che la versificazione contemporanea non è più, priva di ogni funzione salvifica, morale, didascalica. In Giuseppe altrimenti c’è tutto questo ed è per questa ragione che amo la sua lingua, il suo versificare. È la potenza del dialetto che per una volta e finalmente assurge a più alto valore dell’italiano standard, televisivo. Ascoltiamo musica anglosassone senza capire un’acca, né il più delle volte di quella lingua ci arricchiamo. Pura cecità, pura alienazione. In Giuseppe c’è la vita. Il suono della vita. L’amore per la terra, per la moglie che risposerebbe mille e mille volte: “volera ma ti spusu n’atra vota”: vorrei sposarti un’altra volta. Lo dice alla moglie. Chi può unirsi a lui? “Ma ti spusu”: sposarti, proprio in quella forma verbale “arcaica” di cui poco sopra si diceva. Sposarti.
Come non ricordare Montale de “I limoni” leggendo Giuseppe?
“Ascoltami, i poeti laureati / si muovono soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. / Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla: / le viuzze che seguono i ciglioni, / discendono tra i ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.”
Beh, sul suo tramonto, lungo il suo cammino Montale abbandonava “le strade che riescono agli erbosi” per incamminarsi verso una versificazione intellettualistica, proprio lui, proprio lui. Giuseppe no. Resta quel che è. Un poeta di Catanzaro.
Ascoltate i suoni di quella lingua “straniera”, o stranieri d’Ossola, piemontesi, bergamaschi. Ascoltatela. Anche voi avete poeti dialettali, fortuna vostra, vostro giubilo, tripudio vostro e nostro. Sembrerà banale, concedetemelo, bensì: la gente di Catanzaro ha un cuore, un’anima, come ogni calabrese. Canta, balla, suona la tarantella piuttosto che altro. Sapete quanto dolore abbiamo patito per essere come voi? Noi “terroni”, lo sapete? Anime belle. Un bambino a scuola. Un bambino terrone, anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta e ancora oggi. “Neorealista”. Lo sapete? Io sì.

Rocco Cento