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Squarci e luci

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Squarci e luci

Squarci e luci
Le immagini di Sandro Massimo Maggioni
Dialogano con la poetica di Paolo Menon
Edizioni A.C. Pelagus, Lecco, marzo 2023 

Quanti poeti conoscono altri poeti? Così dei critici? Dei critici si può dire che praticano i poeti, li conoscono, li frequentano. Accade nei salotti, tra case editrici, biennali, triennali, olimpiadi, premi letterari. Nei premi letterari ogni critico ha il proprio autore, una sorta di filantropia nulla affatto non interessata. Il vincitore sarà il prodotto di un fitto rapporto, ove la bilancia giocherà impagabili equilibri di do ut des, questa volta a te, la prossima a me, al mio cavallo, una permuta di cavalli, spesso ronzini, per non dirli asini. Chiamano ciò mecenatismo, e a buon ragione. Non sempre è così, ma ciò accade, quando accade, lontano dall’umanitarismo di cui si accennava.

Paolo Menon ha una lunga sequela di riconoscimenti.

In quanto “poeta”, sempre che tale io debba dire di me, non conosco Paolo di persona, lui che poeta posso ben dirlo. Lo conosco per epistole, oggi “email”, più ancora lo conosco per aver letto i suoi testi, florilegi e raccolte, poemi.
Nutro una grande stima di Paolo Menon, poeta conosciuto per mezzo di altro poeta, quasi a smentire la mia affermazione d’esordio.
A volte accade di materializzare la proprietà transitiva e conoscersi, uno con l’altro per mezzo di altro ancora, altro uno, poeta anch’egli: se una proprietà vale per zero, se vane per enne, se vale per enne più uno, allora vale per tutti “gli enne” di quell’insieme.
Ciò a dire dell’incertezza di questi tempi, di questa umanità al punto di dover ricorrere alle elementari leggi delle matematiche e delle logiche, accecati dall’accadere, sordi e lontani nella protezione del sé, nel dubbio del vero, di ciò che è vero.

Il dolore dilaga, l’orrore erompe, parrebbe non trovarsi un possibile ripario: di fiume, di riviera, montano e lontano lontano lontano. Lontano. Sì.

Il 26 giugno Paolo mi raggiunge in forma di libro, quale dono.
I libri di Paolo sono riconoscibili, hanno una cura, un’eleganza grafica ed editoriale poco frequente di questi tempi. È come se volesse abbattere il digitale, il libro digitale facendo emergere dalla materia libro ogni qualità tattile, sensoriale, estetica, visiva, olfattiva, papillare.
Mi sarebbe impossibile leggere Paolo in “digitale forma”, i suoi versi esaltano i sensi, sono gnoseologici, giammai epistemologici, quali e tali gli anglosassoni. Paolo vaga nell’immensa dimensione del linguaggio, scava i resti, le vestigia, ciò che permane di antico, colonne, cocci, vasi, templi, sarcofagi. La sua archeologia linguistica ravviva l’archetipo, riporta alla superficie, uscendola dall’oblio, la sapienza, l’antico sapere. La sua versificazione è sapienziale, non dottrinale.

La raccolta che mi ha raggiunto quel 26 giugno scorso lo riconferma. Per l’estate intera i suoi versi affioravano nella mia mente, un lungo ricordo di suoni squillanti, di immagini squillanti, nitide e traslucide, finanche abbaglianti. “Squarci e luci”, questo il suo testo recente, commenta una serie di fotografie di Sandro Massimo Maggioni contenute nel libro, che “fermano” la Brianza lecchese con maestria ed efficacia. È un’opera a “quattro mani” questa silloge, per certi versi indipendente: la bellezza delle immagini svela una sua autonomia, una ragione svincolata, libera che la rende sufficiente a se stessa. Bensì, il “dialogo” tra gli autori, accennato nel sottotitolo, i poemi di Menon e le immagini di Maggioni, si fondano in un tutt’uno inscindibile guadagnando al lettore un’esperienza visuale di soave bellezza.

Ritengo non fattibile riproporre anche una sola delle immagini operate da Sandro Massimo Maggioni, nella digitalizzazione casalinga che saprei farne si perderebbe tutta la magica bellezza di quegli scatti.

Maggioni, ho appreso, è morto il 27 aprile 2019. Era nato a Milano nel 1947.

Di Paolo Menon ripropongo alcuni poemi che amo, offrendoli alla lettura dei visitatori del sito.

Attraversando quegli scritti mesi addietro ho assaporato la maestria di Menon, una sorprendente e felice conferma di una poetica che accolgo interamente quale alto esempio di composizione letteraria, quando per letterario si intende non il consenso immediato, facile, bensì l’esercizio, il culto della parola poetica impregnata di paideia, di humanitas, femmininea, quel Civis Romanus sum che se non appartiene più alla nazionalità romana, certo permane nell’appartenenza alla Repubblica delle Lettere, un “neoclassicismo” molto felice, innato, elegante quale l’autore.

MALLI E MIELI

Non pensi che sia l’ora              
di legare i carnosi malli                            
con le nocine foglie

al falcato pallore della luna              
prima che gli scoiattoli                            
s’addormentino ‒ sazi ‒

nelle tasche della terra?             
Non pensi che sia l’ora                            
di riempire il bicchiere

del suo selenico biancore             
e addormentarci ‒ ebbri ‒                              
nel turgore dei mieli?

LA TIMIDEZZA DELLE CHIOME

Oppongo il mio silenzio
al buio e il buio ai tuoi silenzi;

ciononostante,
mentre alziamo lo sguardo

oltre l’alberale timidezza delle chiome,
il giorno si sveste dei mutevoli rigori

e per nuove cromie
s’imprimavera.

Ho riportato questi due poemetti a prova del mio asserto. Il primo componimento ha versi “giusti” che oscillano tra le sei e le undici sillabe.
Il secondo verso della quarta strofa: ead-dor-men-tar-cieb-bri è di sei sillabe; il primo della seconda stanza è di undici: al-fal-ca-to-pal-lo-re-del-la-lu-na. È a majore questo endecasillabo, sesta e decima, aulico, gli accenti cadono giusti, esatti. Arsi e tesi, cesure giuste. Diverso il senario, irregolare, se ancora ha senso parlarne in questi termini: non è né trocaico (accenti dispari, prima, terza, quinta: pam pa, pam pa, pam pa), quasi un doppio trisillabo, né anfibrachico (seconda e quinta): pa pam pa pa pam pa.
È un senario irregolare, eppure funziona, sta a mezzo tra un decasillabo e un settenario di chiusura. Funziona, si “diminuisce” e si “aumenta” immediatamente dopo. E più ancora, in questi pochi versi il ritmo è presente e riconoscibile. Lo dico con la consapevolezza di chi sostiene, come io faccio, che la poesia contemporanea non ha ritmo, il verso si chiude con la sua fine, il suo “a capo”. Eliminata la rima, il ritmo, cosa rimane? Forse alcune figure di suono e di significato. Dalla poesia lirica, alla dialogica attualmente la poesia è “pensata” sottovoce, scritta “silenziosamente”, letta “mentalmente”.
In Paolo no, in lui il verso “batte”, il lessico è colto, ricercato, curato, scelto. Così la sua lingua poetica, tale se stesso. Eleganza, atticismo, classicismo, essenzialità.
Ma non solo questo. L’affermazione di A HEMINGWAY MANCA SOLTANTO LA PAROLA, dove non dello scrittore, bensì di un gatto si narra, smentisce quanto finora detto. Dice: Il mio amico Edoardo che vive in calce / alla vita tra il “cottage” sulla collina / e l’insuperabile amaca del portico in cui / sprofonda per ore nella rilettura dei classici, e muta tutto. Due versi di tredici sillabe, seguiti da altrettanti di quattordici. Come chiamare un verso di tredici? Per uno di quattordici, mutuando la versificazione francese possiamo parlare di alessandrino, in realtà i versi che eccedono l’endecasillabi possono essere pensati quali “composti”. Composti sono i versi di tredici, un settenario più un novenario, e così di seguito.

Quanta complessità oggigiorno. Eppure, si voleva semplificare, lo volevano le avanguardie, tagli, casualità compositiva, iperboli ardite, prosa dialogica, verso libero, partendo da questo. La libertà che non diviene maniera impone regole nuove, spesso più complesse e difficilmente riconoscibili ai più. Forse prima era meglio?

Paolo dice di no, lo dice nella sua scrittura. Quel suo “Civis Romanus sum” è aperto, aperto alla Repubblica ampia, estesa di chi accoglie le lezioni precedenti e ne elabora di sue proprie. La sua poetica è fitta di umanità, di umanità ribolle: amicizia, convivio, sacralità. Sacralità, questa la sua chiave di lettura, sapendo quanto sia lontano il laico dal vero, la scienza dalla verità.
Questo suo sapere, o sapienza, è la vera misura interpretativa della sua opera, essendo poeta dotato, sensibilissimo, insieme a una predisposizione importante all’arte tutta, dalla scultura, alla grafica, alla pittura che non cedono al manierismo ma sono culto del bello, culto di bellezza, riflesso e immagine del Creato e di Dio.

Rocco Cento