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Singer

Questa è la pagina di Singer.
Singer fa parte del Laboratorio di scrittura creativa di Domodossola.

Pensieri in via Briona

Piove. Il sasso è uno specchio sotto i piedi svelti. I tetti contigui e frontali sono ancora più vicini, e questo chiudere il cielo basso è un rigurgito di memoria. Lo sguardo strabico ma non cieco ha un lampo, là dove era la “salmistreria”, compendio agrodolce di sapori dimenticati.

Poco oltre, un angolo smussato, bugiardo nel suo apparire levigato; autentico e puro quand’era orinatoio.

Piove ancora. L’aria è dura come il sasso cresciuto intorno, sasso pagato in denaro sonante per respirare meglio quando il borgo era avvolto dai miasmi delle paludi.

E gli altri? Tutti discosti, forse a mendicare. Agli occhi di quella “ingiustizia” non è una bella via, piuttosto, la grossa coda di un ratto dal ventre putrido sonnecchiante nella piazza dei bar senza risveglio.

Nell’occhieggiare distratto nuove vetrine, il collo incassato in un rimasuglio d’umanità, un richiamo fugace di colomba dagli anfratti della torre. A naso in su, ecco la via trasformata in coda di aquilone.

 

22/01/2024

La famiglia

Max le aveva dato della cretina, ma Jenny non si era offesa, in fondo era la verità.
Lei era nata con quell’appellativo cucito addosso, aveva appena iniziato a camminare quando Rico la chiamava così. Cadi sempre, cretina!, oppure, vieni in braccio e smettila di piangere, cretinetta.
Rico era suo fratello, stando alle parole della madre, anche se i cognomi erano diversi e all’ufficio dei servizi sociali le loro pratiche erano separate. All’epoca quello che diceva la donna era sacrosanto, nonostante tutte le mattine si facesse un goccio di gin per scacciare il cerchio alla testa e il tremito alle mani.
Questo è l’ultimo, da domani saremo una famiglia normale, diceva.
Erano promesse che naufragavano già nel primo pomeriggio e, nella roulotte senza ruote, le bottiglie di alcol a buon mercato si ammucchiavano diventando parte integrante dell’arredo. Rimaneva quella parola, famiglia, a dare un senso ai pasti consumati in silenzio sui gradini di quella che chiamavano casa, mentre aspettava che la donna si svegliasse e Rico rientrasse.
Il fratello aveva trovato lavoro come tuttofare nel magazzino di Bigger Jack – Sementi e granaglie, indicava l’insegna – solo grazie alla madre. Jenny chiamava il signor Bigger Culo Grosso, perché l’aveva grosso davvero, gliel’aveva visto proprio mentre si dimenava sul corpo della madre che, al contrario di lui, non si era tolta i vestiti. Aveva richiuso la porta e aspettato fuori, impressionata più da quell’enormità che dall’atto sessuale in sé stesso.
«C’è Bigger Jack nel letto con la mamma» aveva detto a Rico.
«Cretina, vieni via da quella porta» e l’aveva trascinata al fiume.
Rico era sempre stato di poche parole, ma mai come in quel momento. Lanciava sassi nella lanca facendoli rimbalzare sull’acqua, uno dietro l’altro, lo sguardo torvo.
«Sei arrabbiato con me, è colpa mia se sei così?»
Aveva continuato a torturarlo senza ottenere risposta. Alla fine, si era tolta la maglietta che la ricopriva appena ed era entrata in acqua senza indugi. Era stato Rico a insegnarle a nuotare a furia di metterle la testa sotto. Una volta uscita, scrollò i capelli bagnati sulla schiena del fratello.
«Smettila di vestirti solo con quelle magliette, ti si vede quasi il sedere.»
Lei gli aveva fatto una smorfia.
«Dico davvero, Jenny. Prometti di vestirti anche quando sei a casa e vengono gli uomini a trovare la mamma.»
«Guarda che la mamma mi spedisce sempre fuori.»
«Allora, le dirò di chiudere la porta. Così la finisci di entrare a curiosare.»
«Ti prometto quello che vuoi, ma non dirle niente.»
Al ritorno, il pick-up di Bigger Jack non c’era più. In compenso il frigorifero traboccava di bistecche, latte e uova.
«Dimmi un po’, Rico. Li hai già compiuti quattordici anni? Non mi sembra che tu faccia salti di gioia per la scuola, puoi anche smettere di andarci, ti ho trovato un lavoro» aveva detto la madre.
Rico aveva alzato le spalle. Non chiese neppure dove, l’aveva intuito.
«Senti ma’, a me sta bene, però Jenny la spedisci a scuola tutti i giorni – non uno sì e tre no – è già cretina di suo, che almeno impari a leggere.»
«Mi sembra giusto, in fondo basta parlare. Siamo, o no, una bella famiglia? Adesso ceniamo, guardate quanto ben di Dio abbiamo» e aveva sorriso con gli occhi accesi.
Jenny aveva allungato una mano verso le polpette e la madre l’aveva rimbrottata: «Prima le preghiere.»
Mentre gli altri abbassavano lo sguardo, lei aveva guardato di sottecchi la sua famiglia. Con le palpebre chiuse la madre sembrava meno vecchia. Era Rico a preoccuparla.
Aveva le ciglia umide.
Max le aveva dato della cretina, ma Jenny non si era offesa, in fondo era la verità.
Lei era nata con quell’appellativo cucito addosso, aveva appena iniziato a camminare quando Rico la chiamava così. Cadi sempre, cretina!, oppure, vieni in braccio e smettila di piangere, cretinetta.
Rico era suo fratello, stando alle parole della madre, anche se i cognomi erano diversi e all’ufficio dei servizi sociali le loro pratiche erano separate. All’epoca quello che diceva la donna era sacrosanto, nonostante tutte le mattine si facesse un goccio di gin per scacciare il cerchio alla testa e il tremito alle mani.
Questo è l’ultimo, da domani saremo una famiglia normale, diceva.
Erano promesse che naufragavano già nel primo pomeriggio e, nella roulotte senza ruote, le bottiglie di alcol a buon mercato si ammucchiavano diventando parte integrante dell’arredo. Rimaneva quella parola, famiglia, a dare un senso ai pasti consumati in silenzio sui gradini di quella che chiamavano casa, mentre aspettava che la donna si svegliasse e Rico rientrasse.
Il fratello aveva trovato lavoro come tuttofare nel magazzino di Bigger Jack – Sementi e granaglie, indicava l’insegna – solo grazie alla madre. Jenny chiamava il signor Bigger Culo Grosso, perché l’aveva grosso davvero, gliel’aveva visto proprio mentre si dimenava sul corpo della madre che, al contrario di lui, non si era tolta i vestiti. Aveva richiuso la porta e aspettato fuori, impressionata più da quell’enormità che dall’atto sessuale in sé stesso.
«C’è Bigger Jack nel letto con la mamma» aveva detto a Rico.
«Cretina, vieni via da quella porta» e l’aveva trascinata al fiume.
Rico era sempre stato di poche parole, ma mai come in quel momento. Lanciava sassi nella lanca facendoli rimbalzare sull’acqua, uno dietro l’altro, lo sguardo torvo.
«Sei arrabbiato con me, è colpa mia se sei così?»
Aveva continuato a torturarlo senza ottenere risposta. Alla fine, si era tolta la maglietta che la ricopriva appena ed era entrata in acqua senza indugi. Era stato Rico a insegnarle a nuotare a furia di metterle la testa sotto. Una volta uscita, scrollò i capelli bagnati sulla schiena del fratello.
«Smettila di vestirti solo con quelle magliette, ti si vede quasi il sedere.»
Lei gli aveva fatto una smorfia.
«Dico davvero, Jenny. Prometti di vestirti anche quando sei a casa e vengono gli uomini a trovare la mamma.»
«Guarda che la mamma mi spedisce sempre fuori.»
«Allora le dirò di chiudere la porta, così la finisci di entrare a curiosare.»
«Ti prometto quello che vuoi, ma non dirle niente.»
Al ritorno, il pick-up di Bigger Jack non c’era più. In compenso il frigorifero traboccava di bistecche, latte e uova.
«Dimmi un po’, Rico. Li hai già compiuti quattordici anni? Non mi sembra che tu faccia salti di gioia per la scuola, puoi anche smettere di andarci, ti ho trovato un lavoro» aveva detto la madre.
Rico aveva alzato le spalle. Non chiese neppure dove, l’aveva intuito.
«Senti ma’, a me sta bene, però Jenny la spedisci a scuola tutti i giorni – non uno sì e tre no – è già cretina di suo, che almeno impari a leggere.»
«Mi sembra giusto, in fondo basta parlare. Siamo, o no, una bella famiglia? Adesso ceniamo, guardate quanto ben di Dio abbiamo» e aveva sorriso con gli occhi accesi.
Jenny aveva allungato una mano verso le polpette e la madre l’aveva rimbrottata: «Prima le preghiere.»
Mentre gli altri abbassavano lo sguardo, lei aveva guardato di sottecchi la sua famiglia. Con le palpebre chiuse la madre sembrava meno vecchia. Era Rico a preoccuparla.
Aveva le ciglia umide.

Fine

05/02/2024

Occhigialli

Da qualche mattina la sottana della signorina Ersilia si sentiva esaminata. Non la sottoveste intera, solo il pizzo falbo che dardeggiava a ogni passo del suo incedere asimmetrico dovuto alla spinta esagerata che la gamba destra imprimeva al suolo, e che costringeva la sinistra a rincorrerla ruotando l’anca segaligna. E non si sentiva osservata ovunque e in tutto l’arco della mattinata, solo nel preciso momento in cui la signorina Ersilia si soffermava all’edicola, un casottino in latta col pennacchio ardimentoso che ormai soffriva di inanità, per ritirare il quotidiano ulimoso d’inchiostro che tiranneggiava per l’intera giornata. Viveva da tempo sola, la signorina Ersilia, e le mura di casa udivano la sua voce solo quando leggeva gli articoli e sbottava improperi diretti al giornalista di turno, che mistificava fatti e fatterelli, calunniando tapini e celebrando “caponi”.

Comunque, dicevamo del pizzo della sua sottana che si sentiva sotto osservazione, ma la stessa cosa avrebbe potuto confermarla la sporta a rete con le due fette irrancidite di prosciutto e tre mele avvizzite come le guance della signorina Ersilia.

Il fatto era che due occhi gialli nascosti dal pianale di un’auto, posteggiata da una vita vicino al chiosco, avevano trovato curioso il movimento delle trine e il dondolio della borsa, tanto singolare che spuntarono dal buio per andare incontro a quelle gambe gibbose e sentirne l’odore. Certo, non uscirono solo gli occhi ma tutto quello che c’era intorno, dalle vibrisse alla punta mozzata della coda e le costole appena protette dalla pellaccia grigia.

Quando la coda quasi le si avvolse alle caviglie, la signorina Ersilia provò un brivido. A parte la mano dei fedeli che sfioravano la sua durante il segno di pace, nessun tocco nemmeno quello del medico, ché grazie al cielo godeva di ottima salute, era avvenuto negli ultimi venti o forse trent’anni.

Ma mica era tipo da lasciarsi andare in smancerie, tanto più che quello smargiasso doveva avere fiutato il suo prosciutto.

Sciò, disse pestando un piede. Via da qui, gatto!

Gatto, a lui? Occhigialli riconosceva di essere un felino, di essere persino un gatto, ma essere chiamato così come quell’imbolsito che giocava a fare l’attore nel film Tiffany vattelapesca, no, era un affronto. Non che lui lo avesse mai visto, ma generazioni di randagi l’avevano messo in guardia. Se ti chiamano gatto, stai tranquillo che c’è la fregatura, gli avevano detto.

Però quel donnone aveva una bella sottana. La seguì rasentando i muri e quando lei girava lo sguardo si bloccava, mostrando il suo interesse per la parietaria avvinghiata al sasso, per un mozzicone nella cunetta, una formica rossa. Poi riprendeva il ritmo ballonzolante, gli occhi socchiusi e le orecchie all’erta.

La signorina Ersilia posò la borsa, armeggiò con le chiavi mettendoci più del solito ad aprire il portoncino. Occhigialli era ormai a due passi. Lei si guardò intorno circospetta, la bocca secca e la lingua che non ne voleva sapere di partire. Stai facendo una corbelleria, Ersilia. Questo pensava, e nonostante ma anche in forza di ciò tenne aperto il portone.

Il randagio fu un fulmine a entrare e balzare sui gradini, non perché la velocità non sia un attributo dei felini ma perché ci avrebbe ripensato, altrimenti.

La prima notte dormì sulla sottana.