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“Scrittori (di) versi in Ossola” ‒ Nota critica ‒ Xa parte

  • di

Mario Stelitano

SILENZIO

Se ne sono andati via/ in silenzio,/ dentro stanze lontane/ dal clamore della gente, che non ha udito affievolirsi il battito/ dei loro cuori.// Un vento gelido e maligno/ ha impedito il pianto./ Non c’erano né lacrime o saluti/ a stringerne l’addio.// Tutto diventa silenzio,/ mentre già nel cuore e nella mente/ si intrecciano a confondersi,/ dolore, nostalgia/ e l’eco di risate/ ormai lontane.

Mario Stelitano

IL FIORE DELLA LIBERTÀ

Anima/ cuore e sangue, lasciati sulle barricate/ di banlieu parigine, sopra arrossate/ spiagge di Normandia, in sconfinati/ ed aridi deserti africani,/ tra gole profonde, boschi fitti ed incontaminati/ di montagne nutrici/ di ardori giovanili.// Sogni che illuminavano/ le menti, non di eroi, ma di giovani/ dallo sguardo atterrito ed attonito,/ in un crescendo di polvere e di piombo.// Giovani che custodivano nel cuore,/ il tenero abbraccio ed il sorriso/ di madri,/ che offrivano quei loro fiori recisi/ su altari dove Dio/ aveva deciso di non scendere.// Sangue di corpi/ dilaniati in un gioco crudele,/ che alimentano/ e colorano quel fiore di libertà,/ che gonfia il cuore di meraviglia/ e lo conduce lontano oltre le umane/ debolezze e meschinità.

UN VECCHIO CARILLON

Ho conosciuto l’amore vero, ho sperato/ che lo fosse./ Ho conosciuto l’amicizia vera, ho temuto/ che non lo fosse./ Speranze, timori/ sono il sale della vita, li puoi ignorare/ ma il tuo mondo perde/ sapore e magia.// L’amore ti incanta come un vecchio/ e grazioso carillon. Lo apri e/ la sua aggraziata musichetta, l’esile/ e volteggiante ballerina ti seducono/ con la loro apparente/ bellezza.// L’incanto è fuggevole,/ può svanire e resta solo/ la sensazione amara che il tempo è volato via,/ hai perduto l’occasione di gustare/ quei sapori che danno senso/ alla vita.// Sono scivolati/ fra le dita senza poterli afferrare, e/ rimani sorpreso con le tue mille/ domande, nell’aria resta solo il suono/ soffuso di un vecchio carillon.

SEGUENDO UNA FARFALLA1

Un cielo lontano,/ una pianura sferzata da venti impetuosi./ Grida, risate di bimbi/ che inseguono un sogno di libertà,/ dietro l’affascinante volo di una variopinta farfalla./ All’improvviso un bagliore,/ un sordo boato, interrompe quei giochi/ e mutila la loro allegria./ In un silenzio lacerato che scuote i cuori e le menti,/ il loro mondo è rovesciato./ La belva umana ha preteso il suo sacrificio./ Tutto diventa irreale,/ e scevro da ogni speranza si ammanta d’angoscia./ Nell’aria restano solo fumo, polvere,/ e l’odore acre di sangue innocente/ che penetra nel profondo delle nostre anime.

Mario dice di sé nella nota biografica che lo riguarda: «Perché la poesia? Perché posso volare con la fantasia, posso piangere, ridere, amare, odiare. Posso essere Orlando, Ulisse, Icaro, Don Chisciotte, posso… sognare».

Non ama le tecniche “metrico-formali”, premette la stessa nota poco sopra. È vero, nulla di tutto questo traspare dai suoi scritti. È un sognatore, Mario. Ha bisogno di sognare e sogna. I testi sono ricordi malinconici, dedicati ora a Teresa Strada, ora a antichi rivoluzionari, come pure noi, io e lui, lo fummo un tempo. Parla di un carillon, di una farfalla, del silenzio.
Nel passato è stato attivo nel teatro, annovera numerose partecipazioni teatrali, musicali, culturali. Se ricco fosse lo si direbbe filantropo, non essendolo è un volontario di opere pie, opere di volontariato. Ricchi e poveri si distinguono anche in questo. Siamo tutti volontari. I Francesi dicono queste attività “bénévolat associatif” e gli attori, loro, a partire da l’Abbé Pierre, “bénévoles”; siamo tutti o quasi “bénévoles” noi poveri, Italiani e Francesi, Svizzeri, e tutti gli altri.
Gli altri, i pochi ricchi, no, sono sempre benefattori, mecenati. Nessuno dice che pure son vampiri, vessatori, strozzini, sanguisughe, pescecani, torturatori e assassini. Questo non va detto. V’è sempre una redenzione, un’espiazione mediante opere di bene. Appunto. Rendono il maltolto, e con onore. Noi ringraziamo. Grazie. Ma Mario, che si fa “allitterare, “ma”-”ma”, Mario? Io lo conosco da quando eravamo bambini, bambini come quello in copertina di pagina, che il burlone mi ha inviato alla richiesta di una sua foto. Era così Mario, io e gli altri. A scuola tutti uguali, seppure qualcuno arrivava sporco, unghie lunghe, sporche, “macaio” a candela, tirando su e su e su, fino a quando la maestra non prendeva con il righello quelle mani piccole, sporche per batterle e batterle e batterle.

Per la Prima comunione e la Cresima, padre Michelangelo ci volevo uguali, vestiti con il saietto, nipotini di san Francesco. Le bimbe monachette, uguali, piccole suore di ordini da definirsi. Padre “Michetta”, questa la nostra “ingiuria” destinata a lui, era determinato, si sbracciava ogni anno, minacciava genitori, nonni e zii che peroravano l’inverso personalizzato. Ma come, padre? La bambina vestita tutta di bianco, pura, bianco puro, velo, veste da sposa, sposa di Dio. Tutti uguali, replicava il sacerdote, diavolo per noi, tiranno. Finiva all’italiana, alla cristiana. Un compromesso. E così terminava una faccenda che fino a poco prima appariva tragedia ineluttabile. Era un quartiere di pura periferia, ma comunista fino alle cantine, sedi di cospiratori, rifugi di partigiani ancora alla macchia.
Mario, io e molti altri siam passati da queste prove di vita per approdare, tra mille tormenti, alla poesia, al rock, al jazz, senza mancare qualche droghetta, almeno io, qualche trasgressione, qualche maledizione. Non son forse maledetti i poeti? Appunto. Quindi. La vita scorreva, diciamo così, fuggiva. Letture comuni, comuni disinganni. Musica comune, tutto comune. Anche i nemici. Dalla Comune della Cappuccina al particolare-singolare. Dall’ascolto “condiviso” di un De André, fomentatore di suicidi, Leonard Cohen, Allen Ginsberg, Fernanda Pivano, Cesare Pavese, William Burroughs, Pink Floyd, per restare tra i più noti, Bob Dylan, Joan Baez , qualche incendio, qua e là, autoriduzioni, da “situazionisti”, a Milano, a Roma, poliziotti, lacrimogeni, fino, almeno per me, a Padova, stessa situazione ma questa volta nel 1982 con i Jethro Tull. Non ne potevo più. Non so Mario. Nel frattempo avevo avuto modo di assistere al Festival internazionale dei Poeti dal 28 al 30 giugno 1979. C’erano: Dario Bellezza, Ignazio Buttitta, Victor Cavallo, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Dacia Maraini, Nico Orengo, Aldo Piromalli, Fernanda Pivano, Antonio Porta, Amelia Rosselli, Maria Luisa Spaziani, Sebastiano Vassalli, Valentino Zeichen. Gli stranieri: Amiri Baraka, William Burroughs, Gregory Corso, Evgenij Evtušenko, John Giorno, Lawrence Ferlinghetti, Allen Ginsberg, Brion Gysin, Jaqueline Risset. Gli “indipedenti”: Tizio, Caio e Sempronio dieci volte replicati, ubriachi, drogati, smargiassati, che, guagnata la ribalta, il palco, preceduti da fischi all’indirizzo dei “professionisti” della cultura, con una pentola di minestra enorme sull’assito, contribuivano a sprofondare il palco sulla “sabbia libera” di Castelporziano. Tizio, Caio e Sempronio, conseguito a forza il microfono urlavano, volevano sapere cosa fosse la poesia. Non ci fu risposta, non ne avevano bisogno, la conoscevano. Declamarono balbettando sproloqui, improvvisazioni, imperati non da imperatori, di eroina, balbuzienti, caracollanti versi scempi, zoppi, parolacce, frastuoni.

Che Mario se ne impipi della prosodia e della metrica si capisce. Scrive bene anche senza. Scrive poesia civile, politica, poesia “impegnata”. Non ha bisogno di metrica. Anche il giornalismo è poesia, anche la cronaca. La scuola lombarda andava in quella direzione, era inevitabile. Leggere Giovanni Raboni non è diverso dal leggere Mario Stelitano. Che cos’è la poesia? Non lo so. Posso solo dire che abbiamo finalmente appreso, come nella Teoria del gender, che non si butta via nulla a questo mondo, ricordate? Un critico militante, se intelligente, si limita a registrare “fatti poetici”, esattamente alla stessa maniera di un grammatico descrittivo. Non c’è più posto per la grammatica normativa. Finalmente ora Napoleone è morto. Con lui i suoi codici. Le norme. Anche poetiche. L’Occiente? Troppo piccolo, staremo a vedere.

Rocco Cento

1 Poesia dedicata a Teresa Strada, pubblicata sul Bollettino Nazionale di Emergency