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“Scrittori (di) versi in Ossola” ‒ Nota critica ‒ VIIIa parte

Giuseppe Possa:

Giuseppe Possa

COSÌ PARLÒ UN POETA

Non sognare un’oasi/ dove il ricco conviva con il povero,/ tutte le oasi siano tue/ senza più lupi senza più agnelli./ Così parlò e fu relegato nel deserto,/ ma sopravvisse oltre la borraccia:/ sule sue orme spuntavano oasi./ Camminava dinanzi ai fiori e già in viaggio/ lo coglieva il mattino./ Per questo andare oltre le speranze,/ fu ucciso./ Ma cadde in avanti/ come seme nella terra per rinascere.

NEL PULVISCOLO DELL’UNIVERSO

Il vento improvviso mulina tra i larici/ e diffonde arcani rumori./ M’inebria quest’aria di ginepri,/ qui, dove il tempo e lo spazio/ sono ancora il mio infinito,/ Nel pulviscolo dell’universo,/ mentre il giorno s’abbraccia alla notte,/ le stelle che da tempo non guardavo/ brillano sempre innumerevoli./ Ma muta è ora la mia valle:/ il suo silenzio sgretola le baite/ gli alpeggi abbandonati/ i sentieri di pietrame.

DA SOGNI DERAGLIATI

Ombre sbocciano dal buio della notte,/ schizzano sul petto e come gocce d’acido/ lo corrodono fino al cuore:/ corde spezzate tremano, ma nessun suono/ gunge a mordere l’umano delirio/ di queste creature-spettro che tendono/ le mani da sudari quotidiani/ e invocano un fuoco che le divori/ senza sciogliersi all’alba./ Che fatica decollare la mattina:/ ghi occhi appena aperti da sogni deragliati/ e già ghianda tra denti roditori.

OMBRA INFORME

Alienante ipotesi inevitabile,/ non mistero, uomo che lotta/ per essere quella goccia/ che trabocca il vaso:/ improvvisa lava,/ prorompendo per umide labbra,/ i calli sulle tenere mani/ mi trovai ‒ ombra informe ‒ abbracciato alle angosce dei secoli./ Come meteora/ caduta da un cielo cinereo.

Di Possa ho riproposto il suo intero florilegio contenuto in “Scrittori (di) versi in Ossola”. Il libretto l’ho letto per intero, e più volte. Ciò che ritrovo in Possa, avendolo letto quando questi testi furono licenziati, che Giuseppe neppure riporta in nota, è assente negli altri autori. Poiché io ho vissuto gli anni suoi, ricordo bene la “formazione” patita. Siamo cresciuti all’ombra di “Dio è morto” di Francesco Guccini: torture. “Fustis”, bastone, bastonate. Fustigazioni, autoflagellazioni. Una gioventù gravosa. La percezione del dolore. Il mondo operaio, la fabbrica, i sindacati, le assemblee, i ciclostili, i tatzebao, il femminismo, il Vietnam, la guerra, Mussolini, Hitler, Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki. Era tutto maledettamente serio, anche la messa, la comunione. Solo i giochi ci scatenavano, ma son durati poco, troppo poco per tutti. Ogni atto era politico, proiettato nell’orizzonte metafisico della colpa, della responsabilità.

Trovo, ritrovo nei versi di Giuseppe quel dolore, quello stesso dolore generazionale, infelice motore di vite segnate, definite per sempre. E quel peso lo si porta sulle spalle, non molla, è una scimmia sulle spalle, guasta la vita, dà sensibilità, occhio, comprensione, capacità critica. Muove poesia, dolorosa poesia. E bellissima.

Rocco Cento