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“Scrittori (di) versi in Ossola” ‒ Nota critica ‒ VIIa parte

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Anna Mencarelli. Di Anna ho scritto nella postfazione a questo volumetto. Mi era arrivato il manoscritto in un formato non compatibile con quelli da me in uso. Aprendo il documento i nomi degli autori, non essendo un file PDF, multipiattaforma, si erano “sparsi” tanto da non corrispondere a quanto vi era contenuto. Lo capivo poiché i nomi dei poeti si erano frapposti ai testi quasi in modo casuale. Mi andava bene, infine, ciò mi consentiva di leggere i componimenti quasi in maniera anonima. Riconoscevo solo quegli autori più noti, a me più noti che, anche perché affermati, decidevo di escludere dalla mia modesta lettura critica. Di Anna sapevo che scriveva Haiku, che senza fatica riconoscevo. Nella mia selezione decidevo per gli haiku e un altro scritto che attirava il mio interesse, “Nove lune”. Infine, la mia scelta, come apprendevo dopo, per entrambi i testi corrispondeva a Anna Mencarelli. Dico ciò per scusarmi, è stata fatalità, ma ormai era fatta, il mio testo era compiuto; riscriverlo avrebbe significato il rischio di non ottenere lo stesso risultato lì raggiunto.

Anna Mencarelli

«Con una spalla al muro/ ed una aperta al vento/ son promessa di fiato.// Gioco di conta e imparo/ a mente un alfabeto./ Canto a salire il ritmo,/ respiro in un crescendo/ e in pausa prendo fiato.// La rampa cambia il lume,/ rinnova l’orizzonte,/ inciampo, m’ingarbuglio,/ corro appresso in accordo,/ salto e trattengo il fiato.// Scavalco l’aria e salgo/ in fila fino al tetto./ Con il sereno in tasca/ concedo al ciel l’onore/ di rimanere in alto.»

Conto e trattengo il fiato” è il titolo di questa “filastrocca”, licenziata in “Setaccio”, Edizioni La memoria del mondo, Magenta, 2014. I versi sono tutti settenari. Diciotto versi suddivisi in quattro strofe variamente suddivise. Ha andamento musicale e fortemente ritmico. Non so, né ne conosco la ragione, eppure questo poemetto mi rimanda alla poesia popolare, non solo per il contenuto, e a quel verso così spiccatamente popolare qual è l’ottonario. Non c’è corrispondenza, quest’ultimo ha accenti sulla terza e sulla settima sillaba. Ma “cammina” gioioso e mi spinge a “Canzona di Bacco” di Lorenzo il Magnifico: «Quant’è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia». Mi sbaglio. Indubbiamente. Sarà il mio “orecchio”, sarà la mia “chimica”, non saprei; ma è talmente bello, gioviale e giocondo che avrei amato averlo scritto io.

Maya Mironova

Maya Mironova. Nasce a Brest, è italiana, canadese, bielorussa. Diplomata in Musicologia, Filologia romano-germanica e Project Management, ha tutte le carte giuste per occuparsi di mille cose, dalla poesia, che pratica scrivendo testi in russo e inglese, alla musica; suona infatti il pianoforte e spesso si esibisce in presentazioni di testi o eventi presso la nostra Valle. La sua partecipazione al Circolo della poesia Domus l’ha incoraggiata ad affrontare componimenti in italiano che conosce da autodidatta. Non è difficile allora comprendere l’interesse che questa autrice desta intorno a sé e ai suoi testi italiani, essendo persona giovane, coltissima, versata nelle lingue e dotata di un profilo che senza fatica può essere considerato cosmopolita e multiculturale. Scrivere poesie è difficile, ardua impresa. Per far ciò bisogna disporre di un ampio armamentario lessicale e sintattico. Capacità di sintesi, sapienza nel distillare suoni, parole, concetti, emozioni. Il tutto in componimenti quasi sempre brevi, serrati, ermetici, oscuri, quali aforismi, oggi, epigrammi, oggi, haiku; ovvero versi dialogici, piani, discorsivi caratterizzati da profondità, focus sociali, grembi, seni emozionali o impressionistici, espressionistici trepidamente dati. Questa è la cultura che chiamiamo “occidentale”, questo l’insegnamento intimo, umanistico trasmesso. Non posso dilungarmi oltre, eppur tuttavia gli “orientali” non son lontani, né lo sono i “mediorientali”, i semiti, gli altaici, gli amerindi. La poesia è l’uomo nel suo tempo, qui e ora, l’uomo autentico, nudo, quello che non bara, che è vestito di pudore, del solo pudore che la vita induce e si fa rispetto, sacralità, l’altrove, il non luogo, comunione con sé e il mondo, armonia, accettazione, contemplazione, meraviglia costante, rinnovata e quotidiana bellezza. Maya: «”ALPI” Alpi. Macchina. Parcheggio./ Strada, sole, la fatica…/ Acqua, cielo, il riposo./ Fiore, l’ape, tu, amica…/ Vista, nuvola, il vento./ Campanacci, mucche, lago./ Tradizione. Il rispetto./ Libertà. Natura-Mago./ Baite. Pascoli. Il cane./ La passione. La farfalla./ L’erba. Sogni. Il sorriso./ Asinelli, sassi, stalla./ Alpi. Vita e l’amore./ La montagna. Il velluto./ Bosco. Gioia. Il pastore./ Il “bondì” a sconosciuto.

Cosa ci comunica Maya? La sua costruzione è nominale, raffinata. Come dire: “Il Catalogo delle navi”.

Io vi leggo questo: un passo del secondo libro dell’Iliade di Omero, l’elenco dei contingenti achei e delle loro navi. Arrivati a Troia.

Vi leggo l’Arca dell’Alleanza, anche conosciuta come l’Arca della Testimonianza o l’Arca di Dio, la più sacra reliquia degli Israeliti, minuziosamente descritta: legno d’acacia, lunga due cubiti e mezzo, larga un cubito e mezzo, alta un cubito e mezzo, rivestita d’oro purissimo, due cherubini d’oro alle estremità con le ali spiegate in alto nell’atto di coprire il propiziatorio: lì mi incontrerò con te e ti comunicherò tutti gli ordini da affidare al popolo di Israele.

Un dio è un essere molto preciso, f inaco pedante, prolisso. Dice minuterie, dettagli. Nomina. Denomina. Crea. Perfino lui ne ha bisogno, pena l’incomprensione, l’”incomunicabilità”. Anche dio, come Maya usa il periodo nominale, quello stile, predica, predice, annuncia, parla. Parla. Parlare è creare. Maya crea, come dio, come qualunque essere vivente. Crea il mondo, il suo mondo, in nostro. Alpino. Lo descrive, lo annuncia: è fatto così, poi segue un articolo determinativo; poi così, e così. Una tecnica per nulla affatto banale, semmai elegante, potente, coraggiosa. La vita è creazione, bellezza, presenza, eternità.

Riporto le restanti poesie di Maya. È arrivata. È qui. Che sia la benvenuta.

Rocco Cento

LA TEMPESTA

Mi nascondo dietro le nuvole
della tua tempesta, amore.
Avvolta in arcobaleno esco
come prima sorrido al sole.
Mi nascondo dentro le favole,
le promesse dei giorni perduti,
le memorie-farfalle fragili…
mani piene di stelle cadute.

UN GIORNO FORTUNATO

Inspiro il futuro,
espiro il passato.
Giro la ruota della vita.
Dai, forse sono fortunata!
Invece la Fortuna
prende me in giro…
da quando sono nata.
E io giro la parola…
l fiore di saggezza.
Inspiro il giorno nuovo,
espiro la bellezza.

FINO ALLA FINE

Che me ne faccio di questo regalo,
di questo inesplicabile mistero?
Predestinato ballo:
un passo avanti e due indietro.

Si abbraccia,
si lascia,
muore e poi rinasce… l’amore.
Walzer, tango, rumba e cha cha cha:
finché i tuoi piedi seguiranno il cuore,
finché la testa regge ancora in alto.

E l’immortale Morte
balla con la Vita stessa,
come l’ombra con la luce di candela
il giorno della Messa.