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Scrittori (di) versi in Ossola” ‒ Nota critica ‒ VIa parte

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Francesco Marian. Non so molto di questo giovane poeta, Francesco Marian. È nato nel 1998, quindi di 26 anni “vecchio”. Non c’è miglior età per innovare, cambiare, girare il mondo sottosopra. I progressi, le novità, i cambi di paradigma, le grandi poesie sono frutti giovanili. La gioventù è invincibile. La gioventù ha sempre ragione, più o meno così diceva Arnold Schönberg (1874 1951), riferendosi alle critiche di un suo promettente allievo, Anton Webern (1883 – 1945). Aveva ragione. Io stesso lo credo. Dalla nota biografica del volume in “esame” ricavo mille interessi, innumerevoli qualità. Scrive poesie rap.

Francesco Marian

Rime, metrica e flow. Il versi “loro” li chiamano “barre” con strofe di sedici barre. Ma ciò che salta agli occhi sono le rime, i giochi di parole, quasi anagrammi, simmetrie, che in poesia avrebbero nomi di palindromi. Mariam in questa sua selezione ci offre due ottimi esempi, che presto cercherò di analizzare qui di seguito. Ciò che più mi colpisce di questo genere sono le rime, non lo nascondo. La mia generazione, fino alla mia generazione la rima era evitata: detestabile, musicale, melodica. Rappresentava e rappresenta la linea melodica di un componimento. Poi il ritmo, l’armonizzazione. Vediamo: «Assorti nella Noia, Paura, nella Rabbia/ Breve è l’esistenza se vissuta in una gabbia/ Giornate che t’inseguon si rincorrono l’un l’altra/ E Clessidre che consumano pretendono più sabbia// Dialoghi di polvere sgorgan da troppe gole/ E il cuore non s’accorge più del sorgere del sole/ Troppe le parole per troppe persone sole/ Spaventate e rincuorate da tutto ciò che le duole». Ho esaminato la prima strofa di questo “Compasso”. Non male. La prima barra oscilla tra le 13 e le 14 sillabe, a seconda o meno della sinalefe. La seconda direi 17 o 16…Siamo sulla luna. Versi ipermetrici. Superano la misura ordinaria. Non si tratta di ipermetria “apparente”, da attribuirsi a copisti poco scrupolosi, giacché queste forme appartengono alla poesia italiana dei primi secoli. È ipermetria reale, voluta. Né sono doppi, doppi quinari, senari, settenari fino all’alessandrino di 14 sillabe. Certo siamo in presenza di “polimetri”, versi di lunghezza diversa, generalmente senza un ordine regolare. Eppure, benché non riesca a “piegare” queste barre d’acciaio, la cosa strabiliante è che sono rimati e ritmati. Marian e tutti gli “altri” tornano alle origini, al primitivo. I primi versificatori erano ingenui. Il passaggio dal qualitativo, qualità sillabica lunga o breve, al quantitativo non era ancora strutturato. La quantità rimarrà sempre un problema della versificazione, diversa e diversamente computata a seconda degli autori. In queste barre l’accento tonico è forte, può cadere ovunque, forse perché il suo utilizzo è musicale, autenticamente musicale. È innovativo, di gusto originale, nuovo. Che ne direbbe un Raboni, un Montale, un Pascoli?
Risponderebbero come Papa Francesco: chi sono io per giudicare? Posta questa domanda, i confini si allargano, diventano fluidi, non solo i sessi, i generi, i confini, i paesi, le nazioni. E sarebbe auspicabile.

Inconscio”: «Ore dure, travaglio tra le Lune/ Viaggio tra radure, dune crude/ Penna fa da scure, combatto paure/ L’inchiostro trapunta queste notti scure».
Bellissimo questo “L’inchiostro trapunta queste notti scure”. Le rime sono formidabili. Sembra cadano del cielo. E scrivono flow. Questo, a quanto ne so, ci viene dalla psicologia positiva, ma diverrebbe troppo lungo soffermarsi. Mi accontento dicendo che nell’”hip hop” è strettamente imparentato con il movimento, il ritmo e l’intonazione. In breve, si tratta di stile, fatto personale, personalissimo.
Sono consapevole di essermi soffermato su Marian più che su altri autori. Assolvetemi, credo che un giovane autore meriti attenzione e cura. Rappresenta il futuro, ciò che sarà, le sue scelte future, la stessa nostra sorte, ascoltiamolo.

Rocco Cento

Le immagini sono tratte dalla pagina Facebook di Francesco Marian