Vai al contenuto

“Scrittori (di) versi in Ossola” ‒ Nota critica ‒ IVa parte

  • di

Ed eccoci a un poeta (poetessa) eclettico e poliedrico, Luisella Fiocchi. Da Brera, con studi in Disegno, Pittura e Grafica, approda alla prosa con alcune pubblicazioni che hanno ricevuto apprezzamenti e riconoscimenti, senza disconoscere gli studi precedenti che la porteranno ad occuparsi di illustrazioni di libri per bambini, insieme a molte altre attività sempre spiccatamente artistiche. Donna sensibilissima, eterea, appare quale silfide, fatta di corteccia d’albero, di betulla. Elfi e silfidi sono cavi, vuoti: cortecce, pelli d’albero dotati di estrema leggerezza; come gli uccelli, alleggeriti da ossa cave, volano, appaiono e scompaiono di una bilocazione magica, astrale, corredati quali sono di ubiquità, ovvero onnipresenza. E questa sua vocazione per l’occulto bianco, di elfi bianchi e luminosi, richiama quel mondo incantato descritto da J. R. R. Tolkien, nel romanzo o poema “fantasy”, quale quel suo capolavoro “The Lord of the Rings”: «Ho viaggiato in notti buie,/ in attesa del sorgere del sole./ E nel deserto dell’anima/ sono giunta alla pendici/ di bianche montagne.// Non ero sola, avevo un alleato,/ instancabile, invisibile e silenzionso,/ che mi cavalcava a fianco./ Con veli di seta mi fasciava i sogni/ e ascoltava le mie canzoni.// Di morbide e sottili trame/ tesseva il mio andare/ e mi sorprendeva ogni volta/ con aurore ramate/ di sconfitte e di speranze.// Ero io, nel mutare del tempo./ In un divenire sconosciuto,/ su assolati e ignoti sentieri,/ in cerca d’Assoluto./ Sovrana della luce del giorno.»

Luisella Fiocchi

Luisella qui divide il componimento in quattro strofe di cinque versi, così fa ne “Rugiada” che in questa raccolta segue quella riportata sopra, “Sovrana”. Venti versi. Nella poesia italiana tradizionale distico, terzina, quartina, sestina e ottava sono le strofe canoniche. Rare sono le pentastiche e le eptastiche, rispettivamente di cinque e sette versi. Questa struttura non si ripete nei poemi seguenti, “Anelito d’amore” e “Ouverture”. Non so le ragioni di queste scelte. Forse si tratta di un sentire, di un “orecchio” che prende licenza dalla tradizione. La “tradizione”. Chi non la trasgredisce, oggi? Chi ne sente ancora il bisogno, il rispetto? È un contravvenire la norma, l’odierno uso. Per essere originali, quale paradosso, bisognerebbe andare “a tempo”, scrivere terzine di endecasillabi. Il mondo è rovesciato. Una lama sul mondo, non sui quadri di Lucio Fontana, sul mondo. Non si tratta di critica della poesia contemporanea, moderna, né di critica si tratta verso Luisella. I suoi versi sono attraversati, pervasi di una spiritualità arcana, da fata qual è.

I riferimenti, il paesaggio è intimo, lirico, autoreferenziale, scavato a fondo, indagato. Intimo è l’amore, delicato, vissuto con leggiadria, ma v’è tormento, inquietudine e traspare, affiora. Molto bella “Rugiada”, che meriterebbe di essere citata per intero. Molto belle le altre.

Credo che ciò non possa non rimandare a un invito, quello di leggere questa bella raccolta. Credo che sia un successo, lo credo veramente, non per mero onor di critica, nonostante le osservazioni che di tanto vado annotando e alle quali non posso sottrarmi quale studioso e praticante di versi.

Domenico Genova è un medico che, come un tempo molti suoi colleghi, quando insieme alla pratica medica si coltivavano interessi letterari e artistici, continua quella tradizione sempre più diradata e rarefatta. Fin da adolescente i suoi interessi si dividono tra poesia, musica e pittura. Sotto il profilo professionale si è occupato di medicina di “emergenze” e ultimamente dirige un reparto ospedaliero per malati con gravi patologie neurologiche e vegetative. Da questo mondo di dolore, da queste sofferenze Domenico, forse per quella necessità del medico di non lasciarsi travolgere dagli eventi che lo circondano, sa elaborare una forma di astrazione poetica che lo porta a comporre poesie di grande sensibilità: «Granelli di sabbia infuocata/ La tua Africa/ Come schegge impazzite/ Trafiggono cuori/ E si fermano/ Calme/ Sui volti/ Ad ammirare mondi nuovi./ Sul monte solitario/ Stai ad ascoltare/ L’eco del tuo dolore/ E da lui fuggi./ Nulla ti separa/ E tutto ti accomuna/ Al tuo essere uomo./ Un respiro percorre strade nuove/ Ma necessarie./ Nulla è come prima/ Tutto è come prima./ In questo affollato universo/ Con forza felina/ Come naufrago in mare/ Si salva l’anima tua.»

Domenico Genova

Il titolo del componimento è “Il mondo di Nicolas”, giovane immigrato africano dotato di grande intelligenza e morto di recente. Di Nicolas mi ha parlato Domenico, di quel trasporto che appartiene all’amicizia, non solo alla cura del malato.

Accettazione vi era nelle sue parole, pure entusiasmo per quel giovane, doppiamente sfortunato, per ragioni fin troppo facili da indovinare. “Ti rubo un sorriso” ha carattere consolatorio, è un soccorso con un forte richiamo cristiano: «Nascondo il mio pensiero/ Che a tratti tocca il tuo/ Come Madonna accanto a Cristo/ Nel suo sepolcro// Ti rubo un sorriso/ Che asciuga una lacrima.» Riporto le due ultime strofe, una quartina e un distico in chiusura.

La cosa, la particolarità di Domenico che ho notato con piacere, seppure trattasi di mero tecnicismo, è che scrive ogni verso cominciandolo con la lettera maiuscola. Solo in un caso contravviene: «È un luogo per crogiolarmi nelle parole/ Nelle memorie della mia anima/ Un nascondiglio per immergermi/ nel recondito più intimo».
Ho riportato gli ultimi due versi della seconda strofa di “La bolla”. Un bel testo di carattere intimistico, dedicato alla terra di origine.

Pessoa considerava la poesia una forma di prosa caratterizzata da un forte ritmo “artificiale”. Accennava alle “pause speciali”, “innaturali”, diverse dalla punteggiatura propria della prosa, “linee separate”, “inizianti solitamente con la maiuscola”. Inutile dire la mia distanza dal grande Pessoa. Ho imparato da tempo che l’opera dista mondi e mondi dall’elemento teoretico, anche quando è lo stesso artista o poeta a formularlo.
Nel caso di Domenico Genova, non nascondo che la sua scelta, quale sopra ho riportato, mi intriga di quella bizzarria curiosa propria dei critici. Perché? Uno “spazio”, come a voler sopprimere la prima parola del verso cominciante per maiuscola, poi la restante parte di fine strofa. Se ci fosse una regolarità metrica forse risolverei l’enigma. Ma non c’è, né se ne fa più uso. Questo mio dubbio rimarrà sospeso, almeno fino a quando non rincontrerò Domenico.

Che le sue poesia siano efficaci, belle, ampie, attraversate da un respiro largo, lirico, prezioso non so se l’ho detto. Eppure l’attenzione profusa dovrebbe dirlo, confermarlo.

Rocco Cento