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“Scrittori (di) versi in Ossola” ‒ Nota critica ‒ IIIa parte

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L’ordine della raccolta “sotto esame” è meramente cronologico. Dopo Daniela Comandini viene Lisanna Cuccini. Lisanna è certo nota, con due pubblicazioni licenziate, “La mia montagna” e “Ed io mi guardo vivere”, senza obliare i numerosi premi che le sono stati attribuiti. Autrice di montagna, alla montagna si ispira, come accade a molti poeti e artisti ossolani. Il luogo dove si vive è un’impronta, un nido di formazione dal quale è difficile separarsi, ovvero, se la vita vuole in altro modo, al quale si torna. Lisanna ha viaggiato, vagato per il mondo. Non è sedentaria, lei, no, semmai per lei continenti: Africa, America, India. Eppure parla delle sue montagne.

«Il tuo ricordo è un’ala che mi sfiora/ un odore, un colore senza peso/ l’anima di una voce, una chitarra/ uno sguardo che il tempo si è ripreso.// La passione che un giorno ha acceso il fuoco/ ora è la fredda lotta di ogni istante/ che cerca la tua ombra, la tua mano/ ed un sorriso sempre più distante.»

Più leggo questa raccolta e maggiormente ne comprendo il valore: poesie per le stagioni della vita, di ogni vita, in questo spicchio di cielo, in questa stilla di tempo. È un’antologia, una crestomazia (lemma letterario più solenne) che merita di esser letta (ad alta voce) non solo da Ossolani. Lisanna lo conferma. Questo componimento del 2016 è leggerissimo ed elegante, pure mesto, malinconico. Ha rime, qua e là, tuttavia non banali, né ricercate, semmai spontanee, fluide. Percorre ricordi, “ali sospese”, odori, colori. Mamma mia quanto è femminile questo scritto, questo abbandono. Sempre tattili, profumate le poesie di donna. Ora come ora, tagliato il cordone ombelicale con il padre-padrone, perlomeno dalla letteratura “maschile”, quella letteratura scritta da uomini per “omnibus”; mentre “patet omnibus veritas”, sappiamo, la verità è accessibile a tutti, così ora le donne, le donne, non solo le élite femminili, si affermano e non possiamo fare altro che impegnarci in queste letture, ancor più quando sono spontanee, non frutto di ideologie o teorie, ma bisogni espressivi, linguaggi poetici autentici come in Lisanna e molte altre.

Monique Femidì, è ardua, impegnativa. È ambiziosa Monique, lo sa lei, lo so io. Fa bene, ha tutto il necessario per esigere da se stessa il meglio; il componimento sorvegliato, riscritto, limato sottile: ha questa ambizione e questo dono. Per quanto ne so, molto arriva da un passato intenso, appassionato. Non so nulla di lei, meglio, solo alcune note, null’altro. Eppure, i nostri colloqui sono fitti, fitte le sue osservazioni. Puntuali. In Monique c’è il patologico. C’è ossessione. Quella mania dei poeti, degli scrittori di versi, rapiti dai suoni, dagli intrecci, dal combinatorio, dalla permutazione.

«E le lasciamo andar così le nostre donne?/ (Discinte)./ Cosa fa?/ Intravedo i vapori alcolici scaldarsi/ in questa giornata di luglio./ Scrivo./ Mi attacca./ Si vede che lei vive di sogni./ Mentre salgo sul treno aggiunge,/ la mia storia,/ non saprebbe scriverla!»

Si capisce, Monique. Uno scorcio. Un taglio. E quel “(Discinte). Lasciar andar via le nostre donne discinte? Una maledizione, una sconfitta definitiva. Quel lampo che intravede l’alcol montare in testa nella calura del luglio. Straparlar da maschio, forse anziano, vecchio, superato. Non avrei mai voluto essere al suo posto: fulminato a distanza, immortalato nel sale grosso quale stupido, stupidità di uomo. Peggio di Euridice, peggio della moglie di Lot “senza nome”, che nome si fa. Bensì, v’è rimprovero esplicito, all’inizio: ma come, dove siete, cosa accade, indifferenza, ora, domani, uomini?

Amore, è il tema di Monique, da Lesbo, da Saffo, lirica, greca, isole, isolate, autonome, indipendenti. Rimette ordine, Monique. Forse non ce ne si avvede. Ma rimette ordine. È delicatissima fino ad irritare. Poeta finissima, non ha toccato ancora l’apice, l’acme, culmine, zenit, vortice, vertice, apogeo, gloria.

Ho letto recentissimamente alcuni suoi epigrammi, li chiamo così, in tutta licenza. Posso permettermelo. Non sono presuntuoso. Ma so. Bellissimi. Sono élite, quello che manca, io lo so, al poetare italiano, stando alle mie letture e conoscenze odierne.

Rocco Cento