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“Scrittori (di) versi in Ossola” ‒ Nota critica ‒ IIa parte

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Di diverso “genere” la scrittura di Giordano Bruno: prosatore, scrittore di fiabe e racconti. Ha scelto due suoi testi per questa pubblicazione: “Leggenda” e “Autunno”.

Ha una prosa piana, lineare, Giordano. Non va alla ricerca di “arcanismi” lessicali o narrativi, racconta. La sua narrazione è allegorica, da fiaba per adulti. “Leggenda” è un dialogo fra una farfalla e una candela, personificata nella sua fiamma, sull’attardarsi dell’autunno che precede l’inverno come la vecchiaia profila e anticipa la morte. La fiamma, dice Giordano, esperta, millenaria, antica quanto i vulcani, aggiungo io, ammicca sapendosi annunciatrice di un fuoco che divora, che finisce senza finire. Il “dialogo”, l’attrazione tra l’innocente farfalla, sedotta forse da quell’esserino animato e brioso che la fiamma rappresenta, a lei simile, come lei leggera e libera, nasconde astuzia e malizia, quella duplicità e doppiezza propria di una animazione infernale e definitiva. Eppure, la fiamma-candela cede, attraversata da un guizzo non ancora umano, né bestiale, da elemento primordiale, fuoco, aria, acqua, terra, come avesse anima, come avesse sapienza. Il finale è doppio, incerto, ipotetico.

Una fiaba, si diceva. Scrive così Giordano, di una prosa bella, onirica, sotto un profilo morale, quale so che egli possiede, in un narrare per parabole, nulla affatto enigmatico, più propriamente detto metaforico.

Daniela Comandini è poeta, diverso registro, dall’oscurità poetica, alla luminosità poetica. Chi scrive poesie sceglie l’intimo, almeno nella lirica, predilige la concentrazione serrata di suoni, rimandi, rime. E le rime non mancano nei poemi di Daniela. Ne “La notte” impersonifica le tenebre, «Due grandi occhi invadono le stanze,/ raggi di luce, ombre di alberi, mossi dal vento,/ la calma scende sulle pelle,/ l’universo si assottiglia.» “Donna” rima con “gonna”, “inesaurito” con “infinito”, “sera” va con “preghiera”, “protesa”, “arresa”, “risentimento”, “sopravvento”. Rime non perfette, ottocentesche, ma funzionali, sonore. “La signora de ‘La Motta’” è un quadretto, uno scorcio di quell’antico borgo che pure coincideva con la città, un tempo: «In fondo al vicolo una sedia traballante,/ di pomeriggio seduta c’è una donna,/ le mani strette nel grembiule sopra la gonna,/ lo sguardo fisso verso l’orizzonte o/ un sorriso mesto al giovane passante/ e l’immagine della sua creatura, che giace, prende il sopravvento,/ …nessun dolore, né risentimento./ E passano le ore finché scende la sera,/ le stesse mani si alzano in preghiera,/ un fiume di lacrime inesaurito/ bagna quel letto vuoto all’infinito./ Un nuovo faticoso giorno appare,/ alla finestra giochi, schiamazzi,/ ma solo silenzio dentro al cuore./ Finché una vita spesa nell’attesa/ vedrà una figura protesa/ la meravigliosa figlia da angelo vestita/ che accoglie la sua mamma ora rinata.» La vita quotidiana. Una donna, un bimbo in grembo. Un’attesa, una rinascita a opera di un angelo, una figlia angelo. Emozioni, impressioni, drammi. Nessun ricorso alla parafrasi. La poesia contemporanea l’ha liquidata. Oscura, dialogica, mesta, nostalgica. Come in “No, signora maestra”, ultimo suo componimento di questa selezione. Daniela ammonisce quell’antica maestra. Non avevo barato. Il compito era mio, frutto mio. Anche qui salgono immagini remote, ricordi, rimproveri. Il metro non muta, né muta l’ispirazione. Un impeto d’orgoglio, questo sì, rivendicazioni, ammonimenti, riscatti.

Eppure, l’andamento è mesto, di mestizia, intimo. Leggere questi componimenti, tutti quanti qui raccolti, è atto di fede religiosa, un andare “a messa”, un pregare. La poesia si legge ad alta voce, come in chiesa. È fatto religioso, la poesia, anche quando a scrivere è un diavolo, un dannato, un non credente. Leggendo poesie l’umanità si riscatta, il mondo pare buono, non solo bello, come se si trattasse di un confessionale, luogo di espiazione, di perdono, giubileo pagano che tutto assolve, poiché la condanna è del peccato, non del peccatore.

Rocco Cento