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“Scrittori (di) versi in Ossola” ‒ Nota critica ‒ Ia parte

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Mnamon Editore ha pubblicato nel dicembre dello scorso anno una interessante antologia di testi letterari, presentata il 2 marzo scorso presso la sala della S.M.S ETS Domodossola. Il volume raccoglie gli scritti degli autori raccolti nel “Circolo della Poesia Domus” che si ritrova con periodica scadenza presso la stessa sala di Domodossola. Il circolo nasce da una proposta del poeta Salvo Iacopino, autore noto e molto apprezzato in città.

A presentazione avvenuta è giunto il momento, non fosse altro che per i numerosi autori e scritti raccolti in questa bella crestomazia, essendo stato giudicato proibitivo e impraticabile al momento della presentazione del libro, abbozzare una lettura critica dei testi pubblicati. Si tratta infatti di un florilegio di cinquantatré opere realizzate da sedici autori.

Al di là della mole del prezioso libretto, che di per sé comporta una implicita difficoltà, lo scoglio maggiore qui è rappresentato dall’indagine critica, sia a causa dell’eterogeneità dei contenuti e delle forme, ma ancor maggiormente per quanto concerne l’orizzonte di un paradigma teoretico che ha la formidabile caratteristica di essere assente ovvero nullo. Oggi la critica brancola nel buio più profondo, l’orientamento è vago, opinabile, discutibile. Non che ciò diminuisca l’importanza di tale contributo, al contrario, per come vedremo la critica odierna dispone di un potere mai prima raggiunto. L’operazione dei critici militanti nei tempi recenti assomiglia molto all’atteggiamento della Chiesa dei primi secoli in relazione al culto dei santi e delle reliquie: se esiste una pratica, una devozione allora il santo è tale e la reliquia è vera.

Non che questo sia un fatto negativo, un atteggiamento da censurare: la pratica è norma, norma normata da se stessa, quindi assolutamente vera. Allora, per la Chiesa, il rischio era un certo cristianesimo da creduloni e nei secoli seguenti, a queste difficoltà è stato posto rimedio mediante “regole” certe, per mezzo de “Il procedimento di canonizzazione della Chiesa cattolica”.

Non così per letterati, scrittori e poeti. Se la Chiesa cattolica ha nel Papa la sua autorità giudicante in questioni di fede, di santi o reliquie; in letteratura l’autorità è affidata ai critici, agli accademici e, non ultimo, ai lettori.

Questi ultimi, i lettori, ovvero il “pubblico”, i “consumatorisono orientati. Chi produce libri pubblica anche testi di critica, ovvero di accademia, oltre agli scritti scientifici, specialistici, storici. Spesso l’editore di libri coincide con l’editore di giornali, di mass media, di cinema, di radio, di televisione, di politica. Se l’editore è “puro”, vergine, ciò non esclude, come spesso avviene, che non possa andare a braccetto con l’editore di giornali e riviste che a sua volta siede allo stesso tavolo del “mercato”, del “sistema”, del potere. Infine, il lettore subisce lo stesso trattamento dell’elettore poiché è “determinato”. Ecco il potere della critica, lo strapotere capace di afferrare un asino e volerlo cavallo, farfalla, ippogrifo e vendendolo per tale.

Fortunatamente nel caso in “esame” tutto ciò non avviene. Siamo “provinciali”, di provinciali letture. Achille Giovanni Cagna, giusto per citare uno di questi autori che è penetrato nella pelle dei lettori italiani, anche senza né leggerlo né conoscerlo, è fondante di coscienze. In “Alpinisti ciabattoni” c’è tutta la provincia del nord Italia. Con lui, quella sconfinata letteratura “minore” che, passando da Edmondo De Amicis, Carlo Collodi, Matilde Serao, Luigi Capuana, Antonio Fogazzaro, Emilio De Marchi sono stati assorbiti dalla provincia italiana più dello stesso Manzoni.

Si dovrebbe pure accennare al romanzo sociale, per avere una discreta sintesi dei fondamenti letterari della civiltà italiana del Novecento, senza mancare di far cenno alla “Scapigliatura”. Sì, qui da “noi” gli scapigliati hanno segnato il gusto delle genti, almeno quanto e forse più del grande autore de “I promessi sposi”. Mi riferisco alla letteratura antica, per non dirla antichissima. Siamo Lombardi, certo. Lombardi moderni, non c’è nulla da fare.

Giovanni Raboni in questa raccolta è ben presente. Religiosità e secolarismo. Raboni, Loi, Isella, Sereni, Dossi, giù giù fino al Porta, fino al “Sermon Divin”, 1264-1274, di Pietro da Barsegapè1: «No è cosa in sto mundo, tal è lla mia credença, ki se possa fenir, se no la se comença. Petro da Barsegapè si vol acomençare e per raxon ferire, segondo ke l ge pare. Ora omiunca homo intença e stia pur in pax, sed kel ne ge plaxe audire d’un bello sermon verax: cumtare eo se volio e trare per raxon una istoria veraxe de libri e de sermon, in la qual se conten guangii e anche pistore, e del novo e del vedre testamento de Criste.»

Non possiamo negarlo, siamo Lombardi. Scriviamo lombardo. Pensiamo lombardo. E ciò traspira, traspira in questa preziosa raccolta, seppure alcuni autori non sono “indigeni”, semmai oriundi, ma assorbiti, mescolati, battezzati e convertiti senza abiura, onestamente. Altri ancora, di diversa provenienza, perfino stranieri, scrivono un ottimo italiano, come ottimo è l’italiano sorprendente di una romana multietnica, plurilinguistica.

Ma vediamo meglio.

Il libro esordisce con quattro componimenti di Claudio Barna, autore prolifico con all’attivo numerose raccolte di versi e una prova in prosa, un romanzo. Accademico, conferenziere e correlatore di lituano, ha tenuto importanti interventi a Stanford, Kyiv, Danzica e al Filologico di Milano. Ben dodici le sue raccolte di poesia. Dal classicismo di formazione: «Ospite, sono pronte le Iadi/ già ridono nel cielo/ all’offerta oscura/ alla voglia del bello […]», dove il primo verso è un novenario forzato da “iadi”, proparossitona, giacché il dittongo “ia”, “ascendente”, in posizione semiconsonantica costringe a uno iato innaturale ma efficace, timbricamente forte e cadenzato che ripropone in chiusura il primo accento di “ospite”, accenti sulla prima, sulla quarta e sulla nona. Questa la suddivisione: “o-spi-te-so-no-pron-te-leia-di “ e qui l’accentazione proposta evidenziata dal grassetto: “o-spi-te-so-no-pron-te-leia-di”: tum-ta-ta-tum-ta-ta-tum-ta. Due emistichi, il primo di cinque sillabe, il secondo di quattro, quasi un decasillabo acefalo.

Non male, questo verso, ricco di sapienza poetica, di prosodia e di metrica. Dal classicismo del “primo” Barna, il componimento è del 1989, all’ultima sua raccolta del 2021, “Come a una festa di compleanno”, edizioni Mnamon, ove la poetica si libera attraversata da un vento civile, amicale, colloquiale per completarsi nell’ultimo componimento, bellissimo, ora non più inedito, “Il violoncello nella nebbia”: «Pioveva una pioggia che non lava/ e solo quelle insegna il freddo/ riparo, Monique, le tue poesie/ al bar vegano dove avvenne lo happening.»

Qui il cambio di registro, per chi conosce Barna da lungo tempo, è realmente totale. Una modernità prorompente si libera in questi segmenti di parole, “bar”, “vegano”, “happening” ammorbidendo quei suoi già soffici versi, delicati versi, spesso accompagnai dal dolore. Ma non qui. Se non conoscessi il poeta Barna lo direi compiuto, poeticamente chiuso, assolto. Non so se così sarà. La nuova via è molto promettente, ben formulata, tracciata.
Aggiungo, prima di passare e proseguire, che sul Barna poeta ho voluto soffermarmi per mostrare, giacché Barna lo rende possibile, quanta sapienza, quanto studio richiedeva un tempo la poesia. Nel dirlo, ripenso a Pascoli, soave sperimentatore, abilissimo poeta, anticipatore persino del fonosimbolismo. Ma tant’è, allo stato attuale delle cose tutto è mutato e non v’è rimpianto, solo descrizione, osservazione. Il nuovo è spesso migliore del precedente, se non altro perché il nuovo determinerà il futuro, il suo stile, il suo gusto.

A Barna fa seguito Maria Grazia Bergamasco con tre brevi poesie. Se Maria Grazia è irrompente, frizzante nel comparire di persona, quando scrive, almeno in questi versi, si fa dolce, tenerissima. Una donna. Scrive da donna. Femminilità, sensibilità, emozione, afflato, sussurro, respiro, tradizione, lavoro, sofferenza. Dice, in “Giunco spezzato”: «Il cuore lambiva/ qual gesto d’amore/ giocando nel grembo.»

Ma come, Maria Grazia, che dici? Dove sono le donne rivoluzionarie del “io sono mia”? Quelle che non vedono nella maternità il fine, il compimento, scopo e missione di donna? Dio santissimo quanta confusione questa modernità, e sofferenza aggiunta, nuovo plusvalore, nuova dolorosa conquista. Quante lacrime, pianti asciutti, depressioni, smarrimenti, angosce. Tutto confezionato “a-priori”, dalla modernità teoretica dell’”io sono”. “Io sono chi”, Maria Grazia? L’astrazione del generale, dei principi, dei diritti. Chi siamo, Maria Grazia? Lo chiedo a te, perché so che tu lo sai. Potrei ripetere questi tuoi primi tre versi all’infinito, contengono la risposta, dicono tutto. Chi sono io se non sono padre e tu se non sei madre? Ma lo sei, io lo sono. Cosa lasceremo? Quale storia, quale speranza? Quale bellezza di ogni giorno, di ogni mattino, di ogni sole?

Rondini”: «In rapido volo/ sussurrando al sole d’estate/ parole di gioia,/ urlano sopra le onde/ al passaggio/ di bianchi cavalli/ danzando al magico gioco/ di dolci creature.»

Certo, la parafrasi non si fa più, né è necessaria. La sintesi, la contrazione dei versi propria del passato oggi come oggi non è auspicabile. La poesia moderna è un’estrema semplificazione del dire il verso. La retorica è ridotta all’osso, all’essenzialità. Chiunque ha titolo per dirsi poeta, purché dica, qualcosa, un mondo, un sentire.

Rive”: «Fra trama e ordito ti ho tessuto./ Tutta la terra ho preparato/ con le tue arse rive/ il gelo d’inverni lontani/ dell’uomo antico.»

Un vecchio “smagato”, un poeta navigato quel “Fra trama” lo avrebbe scritto “ Tra trama”. Quando mai capita un’occasione simile? Ripetere tre lettere, un gruppo di lettere: allitterazione immediata e imperdibile. Il primo verso è un decasillabo: “Tra trama e ordito // ti ho tessuto.” Due quinari, accenti sulla seconda, sulla quinta; poi, settima e nona. Un decasillabo simmetrico perfettamente diviso in due metà con il pregio di avere “ordito” e “tessuto” quasi in rima siciliana.

Rocco Cento

1Wikipedia, (Versi 1-10 del Sermoni Divi): http://it.wikipedia.org/wiki/Letteratura_lombarda