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Salvo Iacopino | Il cielo sull’asfalto

Alcuni mesi fa l’amico Salvo Iacopino mi consegnava il suo prezioso libretto di poesie. Taluni testi avevo avuto il piacere di leggerli con apprezzabile anticipazione. È frequente tra chi scrive avanzare scambi, quale forma di confronto e ricerca di pareri, suggerimenti. Di Salvo avevo letto Frastorni, Pegasus Edition, 2018 e seguivo il suo Dizionarietto del dialetto palizzitanu, a quel tempo non del tutto concluso. A Salvo non nascondevo la mia ammirazione, non ultimo per quel suo nobile lavoro sul dialetto, lingua del focolare, crogiolo dell’intimità della famiglia, ultimo baluardo di autentica libertà.
Potrà apparire paradossale, spesso la famiglia, la lingua intima sono vissute quali catene, ceppi. Così non è, non lo è per me, conoscendo ed esplorando ben altre galere, a partire dalla “vita civile”, dalla “città”, la polis, la repubblica: inganni e tradimenti, fallimenti. La libertà si esplora nel minuto, nella frammentazione, nel campanile, esatto contrario del divide et impera; una divisione predicata, auspicata quale sottrazione, fuga, frammentazione; questo oggi mi appare risolutivo: praticare la parcellizzazione civile, politica, sociale, farsi “menomi”, esigui, trascurabili per eludere, scansare, rifuggire il potere che è mostro, diavolo inumano.

Salvo fa questo nell’intimità della sua scrittura. Fa questo.
Ero stato invitato da Salvo a scrivere un commento critico al suo testo, ne è sortito uno scritto doppio, postfazione e nota critica, poi compresi in Il cielo sull’asfalto e altre poesie, tanti erano gli argomenti che sortivano da quel poema. Ma non ho ancora finito. Né nell’occasione della presentazione del volume ho avuto modo di completare la mia riflessione, il tempo stringeva, il pubblico, giudicavo tra me, non era disposto ad approfondimenti specialistici, così avvertivo. Era un sabato sera, giorno prefestivo, quasi festivo, almeno un tempo fa…


La risalita

Distruggi quella rigida catena
che innata leggerezza a terra annoda,
la lotta clandestina dentro al petto.
Slega il tempo a camminar diritto
e poi inseguilo su per i sentieri
tra i familiari abeti bianchi, i pini,
i faggi, i larici ingiallenti; segui
la via che porta alle sorgenti,
e quando arrivi su agli eterni ghiacci
lega quel dolore con dei lacci,
svuota il calice della tristezza
nel rivo che discende,
dissotterra i tuoi tesori e quindi
ridi, ridi, ridi.

Libera l’allegra tua risata
e falla rotolare giù
tra questa folla inebetita, giù
dove il respiro è trattenuto,
strozzato il fiato, muto.

E allor che pesantezza s’allontana
e dal tuo petto rapida s’invola,
sfrontato il viso esponi al freddo gelo
e al cielo che si frana tumultuoso.
Coi lembi sfilacciati delle nubi
orla e decora d’agili disegni
la veste nuova dei tuoi sogni.

Ritorna a valle!
Il falco imprigionato nelle tue pupille.

Avevo promesso a Salvo un’analisi di alcuni suoi testi. Il primo che mi piace proporre è quello sopra riportato, tratto dalle pagine 43, 44 della silloge; il successivo porta il titolo Respiro, di pagina 80 e 81. La genesi di questo florilegio è stata lenta, Salvo Iacopino scrive con molta cura, adagio, lemme lemme. Salvo non è un poeta d’emblée, pure se è consumato dal fuoco della poesia, ha bisogno di tempo, procede con molta “circospezione”, sorveglia la sua scrittura, lima, va di lima, sgrossa, taglia, affina. L’esatto opposto di quel che si attribuisce al poeta, all’artista, genio e sregolatezza non fanno per lui, le sue doti sono calibrate, pensate. Non è un autore “ispirato”, almeno nel senso della vulgata, pure volgare, banale, fessa. La sua ispirazione è classica: nulla dies sine linea, si direbbe, esatto. Sì, poiché l’ispirazione è assiduità, lavoro, rigore, cura e mille altre qualità non generosamente distribuite, purtroppo. Salvo è questo poeta qui! Uno che misura la lingua, la centellina. Nessun suo verso è interscambiabile, né lo sono i vocaboli. Ogni parola sta al posto suo, giusto. Scolpisce, scalfisce pietre. Tira pietre.

Umanità e stile, ecco le sue pietre miliari. Con massi simili è difficile sbagliar di mira. E colpisce: “Slega il tempo a camminar diritto / e poi inseguilo su per i sentieri / tra i familiari abeti bianchi, i pini, / i faggi, i larici ingiallenti; segui / la via che porta alle sorgenti, / e quando arrivi su agli eterni ghiacci / lega quel dolore con dei lacci, / svuota il calice della tristezza / nel rivo che discende, / dissotterra i tuoi tesori e quindi / ridi, ridi, ridi.”

A che si rivolge, Salvo Iacopino?

La sezione che contiene questo poemetto è dedicata alla figlia.

sle-gail-tem-poa-cam-mi-nar-di-rit-to (10 sillabe) accenti sulla quinta e sulla nona;
e-poiin-se-gui-lo-su-per-i-sen-tie-ri (11 sillabe) sesta e decima;
trai-fa-mi-lia-ria-be-ti-bian-chii-pi-ni (11 sillabe) quarta, ottava, decima;
i-fag-gii-la-ri-ciin-gial-len-ti-se-gui (11 sillabe) quarta, ottava, decima;
la-vi-a-che-por-taal-le-sor-gen-ti (10 sillabe) quinta, nona;
e-quan-doar-ri-vi-sua-glie-ter-ni-ghiac-ci (11 sillabe) quarta, ottava, decima;
le-ga-quel-do-lo-re-con-dei-lac-ci (10 sillabe) quinta, nona;
svuo-tail-ca-li-ce-del-la-tri-stez-za (10 sillabe) terza, sesta, nona;
nel-ri-vo-che-di-scen-de (7 sillabe) quarta, sesta;
dis-sot-ter-rai-tuo-i-te-so-rie-quin-di (11 sillabe) quarta, settima, decima;
ri-di-ri-di-ri-di (6 sillabe) prima, terza, quinta.

Sta parlando alla figlia, canta, le canta una canzone. Una figlia, la figlia. Figlia, famiglia, moglie, nido, focolare, tana, rifugio, libertà. Ecco la famiglia per Salvo. Dice lacci, tristezza, catena, leggerezza, poi alberi, tutti gli alberi alpini, eterni ghiacci, lega quel dolore con dei lacci, larici ingiallenti si lega, richiama sorgenti. La figura emergente qui è la sinestesia, ma pure l’ossimoro, certo. Metafora sinestetica, con parole appartenenti a sfere sensoriali dissimili, si accostano, si legano e il risultato che ne sortisce è quella magia che chiamiamo verso, poesia. Non solo per questo, certo, ma aiuta, denota una cura, una ricerca linguistica, una riflessione e una pratica della parola.

Respiro

Arriverà l'inverno.
E un altro. E un altro ancora,
col rancoroso affanno il tuo respiro
intrappolato nella mia memoria.

Ci separa la distanza di gelo
di una notte senza luna.

Non solo da quel cielo
così profondo e oscuro
nell’agonia di un nordico dicembre,
ma con l’umor che piove dall’autunno,
padre, mi torni accanto:
lama nella carne del ricordo.

Per te mi parla il vicolo
che stretto nel silenzio
immette al tuo portone,
la sedia vuota
in cima a quelle scale.
Morde di te improvvisa
l’immagine in estate ancora in vita,
la voce soffocata in questa foto
e questo muto abbraccio,
questo... stringere il vuoto.

Arrampicata nel ricordo
di un’alba senza tempo
ritornerà la primavera
‒ e un’altra; e un’altra ancora ‒
che senza alcun affanno il tuo respiro
s'inerpicava su per il vallone.
E ti seguiva, padre, ti seguiva
il passo di un bambino.
Ti segue, oggi,
continuando solo.

Questo secondo componimento appartiene alla raccolta dedicata al padre di Salvo. Dalla figlia al padre, appunto. La vita, la famiglia in senso stretto, ché forse si tratta di libertà, una libertà incatenata e per questo solida, indubitabile? Qui Zeus non evira Kronos, quel tempo è scaduto, obliato a vantaggio di un padre saggio, lavoratore, che ha saputo "tirar su" i suoi figlioli pur se tra mille difficoltà. "lama nella carne del ricordo", lo dice il poeta, lama, ricordo, una ferita, un dolore, che dolore, il padre, la morte del padre. 

Non è così “scontato” esser padre, semmai è scelta, educazione, vocazione. Diversamente la madre, seppur non sempre, né necessariamente.

Discorso difficile, irto d’insidie. Tempi dolorosi, come nel Rosario, nei misteri, in quelli. Il padre, la figlia. La libertà, la famiglia, la città, polis, maledizione, dannazione.

“Arriverà l’inverno. / E un altro. E un altro ancora, / col rancoroso affanno il tuo respiro / intrappolato nella mia memoria.” Canta Salvo nella strofa d’apertura.

Un inverno dal “rancoroso affanno” è il respiro del padre che ingabbia il poeta nel dolore di quell’immagine che s’imprime nella memoria per sempre, per sempre, per concludere, con andamento mesto, discendente: “Arrampicata nel ricordo / di un’alba senza tempo / ritornerà la primavera / ‒ e un’altra; e un’altra ancora ‒ / che senza alcun affanno il tuo respiro / s’inerpicava su per il vallone. / E ti seguiva, padre, ti seguiva / il passo di un bambino. / Ti segue, oggi, / continuando solo.”

ar-ram-pi-ca-ta-nel-ri-cor-do (9 sillabe)
diun-al-ba-sen-za-tem-po (7 sillabe)
ri-tor-ne-rà-la-pri-ma-ve-ra (9 sillabe)
eun-al-traeun-al-traan-co-ra (7 sillabe)
che-sen-zaal-cun-af-fan-noil-tu-o-re-spi-ro (12 sillabe)
si-ner-pi-ca-va-su-per-il-val-lo-ne (11 sillabe)
e-ti-se-gui-va-pa-dre-ti-se-gui-va (11 sillabe)
il-pas-so-diun-bam-bi-no (7 sillabe)
ti-se-gueog-gi (4 sillabe)
con-ti-nuan-do-so-lo (6 sillabe)

Riporto la suddivisione sillabica dell’ultima strofa, quale fosse un requiem, una messa da requiem. Farne parafrasi sarebbe fuori luogo, e non solo per questi due poemi.

Iacopino si muove nel solco della tradizione alta, non segue Contini nella sua scoperta del plurilinguismo. Indagare la poetica di un Salvo è impresa, il lui le influenze sono velate, se ci sono, sono meridionali, mediterraneo il suo registro, alpino-mediterraneo, si direbbe, non solo per esser emigrato/immigrato un tempo, venente da una terra aspra, montana, mare e montagna, e che mare, che montagne.

Guardando quel mare, quello Ionio, chiudendo gli occhi, lontano dagli agrumi, dai bergamotti, nella giusta stagione, quando tutto è verde e il cielo brilla e risplende l’azzurro mare, si direbbe di essere sul Lago Maggiore, in quella brezza, in quella vita d’acqua, amata acqua, struggente montagna, fiori, alberi, radici, ghiri, castagne, noci, grano saraceno e funghi.

Laggiù ci sono padri, madri e poeti; quassù, pure, uguale, padri, madri, poeti, figli, ghiande e ghiri.

Padri, madri, figli, artisti, poeti. Di questi siam figli, sangue, geni, ossa, carni, idee, pensieri, sapienza, saggezza, conoscenza. Meticciamenti, ibridazioni. Homo neanderthalensis, Homo sapiens, teorie, scienze, dottrine.

La poesia di un Salvo Iacopino è dottrina? Un poeta non fa dottrina, né è un sistematico. Salvo non fa dottrina, non è un sistematico, troppo intelligente, colto per simili scivolamenti, quindi; infine?

Se si andava alla ricerca di risposte, se il gender, se l’lgbtq, il progressismo, se Kierkegaard, se Hegel, se la fenomenologia, se la razza, se il razzismo, se i reazionari, se Edmund Burke, se la folle astrazione degli Illuministi, se la cocciuta teoria del diritto napoleonico, se la borghesia, i sindacati, la Russia, la Cina, se gli USA, se Israele, se tutti si ammazzano come cani, quelli non appartenenti alla specie “Canis Lupus Familiaris”, ma al suo inverso, al suo “metaverso”, che non è sovrapponibile come appunto non lo sono le mani, quali stereoisomeri, della stessa sostanza, sì, consustanziali, sì, arii, pure, eretici e apostati, ma non sovrapponibili, se “Homo homini lupus, eccetera, eccetera” di Thomas Hobbes, tutti cattivi, egoisti, sopraffattori, se il dolore è così forte, tremendo, insopportabile, se il piccolo villaggio presenta la stessa violenza della grande città, dall’invidia, all’odio, al malocchio, al chiacchiericcio, se sotto questo cielo, sopra laghi, fiumi, torrenti, mari, oceani, nel firmamento, nell’universo non c’è pace, pietà, amore, se e se, senza compassione.

Rocco Cento