Vai al contenuto

pstmr01

Questa è la pagina di Post Mare.
Post Mare fa parte del Laboratorio di scrittura creativa di Domodossola.
Pagine:
01 | 02
17/02/2024

 

Marisa Castelli
Marisa Castelli, olio su tela, 40×30 cm.

Il risveglio

Il forte e intrigante odore di acquaragia e colori ad olio aleggiava per la sala, intrisa ancora degli odori del giorno precedente, che la notte appena trascorsa non aveva fatto svanire.
Il sonno, che non aveva ancora lasciato le sue palpebre appesantite, le chiedeva cosa centrasse questa sensazione di nuova vita e cosa avesse a che vedere con gli aromi, che in genere l’aiutavano a entrare nel nuovo giorno, caffè, biscotti, latte.
Poi i piedi l’avevano portata in sala e la risposta era lì sul tavolo, dove aveva allestito un piccolo angolo da “imbratta tele”, che le serviva per non pensare o per concentrarsi su qualcosa che non fossero le immagini che le giravano per la mente.
Proprio lì, dal tavolo, la osservava una piccola tela che aveva imprigionato una tazzina con caffè e latte, una mezza mela e due biscotti.
Il tutto non aveva l’odore del caffè e dei dolci che avrebbe dovuto sentire a quell’ora del mattino ma lei sapeva ora che quel quadro era uscito dalle sue mani e dalla sua mente per aiutarla a ricominciare e che proprio quella, con i suoi profumi inusuali, era la colazione giusta per iniziare un nuovo percorso.

DOLCIUMISERENA

Una mano bianca dalle dita lisce e rotondette è sospesa, incerta, sopra un vassoietto di cartone stipato di cioccolatini.
Quale scegliere? La conchiglia bianca che sembra approdata dai mari del sud, o la rosa in boccio scolpita nel cacao o la stella scurissima dalle punte gonfie di crema, oppure il bauletto bronzeo su cui spicca un chicco di caffè? Infine la mano plana lentamente sul vassoietto come fosse una colomba e afferra delicatamente nel becco delle due dita strette ad artiglio, la stella corvina. Se la porta lentamente sulla lingua che è tutta tesa e sporgente come quella di una bimba pronta a ricevere l’ostia. La bocca si richiude beata, succhiando la pasta profumata contro il palato.
In quel momento si sente una voce che chiama: “Serena! Sei ancora qui? Lo sposo ti aspetta davanti alla chiesa, tuo padre è giù che ti attende con la portiera della macchina aperta”.
Serena ascolta le parole che sembrano provenire dalla sua bocca piena di cioccolata: “Vengo subito, arrivo!”
Ma non è la sua voce, si dice, c’è qualcosa in essa che non le appartiene. Le dita furtive, si abbassano ancora una volta su quei cioccolatini che splendono di una luce scura e promettente. Afferrano la conchiglia di cioccolata bianca e la posano con calma sulla lingua. Poi è la volta del bauletto scuro sormontato dal chicco bruno che scivola fra i denti e si squaglia liberando un delizioso aroma di caffè tostato.
Serena!” gridano da fuori.
Le dita sporche di cioccolata si strofinano sull’ampia gonna di organza bianca lasciandovi due tracce scure. La giovane sposa fa un passo verso la porta. Ma poi si ferma, torna indietro e con dita tranquille continua a pescare nel vassoietto, tirando su ora una foglia di quercia color oro bruciato, ora una spiga di grano dal profumo squisito, ora un pesciolino dal colore tenebroso di una notte senza luna.
Si ferma un attimo prima di infilare anche lui nella bocca avida e si rende conto improvvisamente che è scuro quanto la sua anima in quel momento. Non avrebbe dovuto essere la più felice delle ragazze? Alla fine qualcuno si era degnato di considerarla una donna e non solo una bamboletta da prendere a puffetti sulle guance o da coccolare quasi fosse una stupidina. Ma come può essere felice? Il solo girarsi per prendere un pezzetto dell’unico nettare che riesce a consolarla, le procura fitte tremende che imperlano di stille di sudore la fronte candida. Mentre gusta quelle delizie, decisa ad ignorare i richiami esterni, si chiede per quale motivo all’inizio non l’avesse nemmeno sfiorata il dubbio che quell’uomo in realtà non era lei che desiderava, ma la potenza che lei aveva alle spalle.
La “Dolciumiserena”, era sempre stata l’orgoglio della sua famiglia.
Da un piccolo laboratorio nel retro della casa del bisnonno, era diventata una fabbrichetta prospera sotto la guida del nonno, e si era ingrandita ancor più tra le mani di suo padre, che aveva avuto l’idea di creare quei cioccolatini sfiziosi e tanto buoni da essere ormai conosciuti in tutto il mondo.
Sembra una favola la storia di quella fucina di delizie, e come tale gliela aveva raccontata tante e tante volte suo padre prima che lei si addormentasse, quando era piccina e lei voleva solo quella a popolare le sue notti di sogni, non Biancaneve o Cappuccetto Rosso, solo la “Dolciumiserena”.
E la vuole ora, per calmare le sue ansie, per tornare un attimo bambina senza alcun pensiero. Si adagia sulla poltrona, vicina al tavolino, chiude gli occhi mentre tra il palato e la lingua si scioglie un’altra delizia, scura con un interno candido e una ciliegina candita nel mezzo. Chiude gli occhi e si tappa le orecchie con le mani, non vuole sentire altro che i suoi ricordi, quel sapore dolce-aspro e la voce profonda del padre che parla alla sua mente…

  • C’era una volta, tanto e tanto tempo fa, una tenera signora che, nonostante i tempi difficili, con le uova, la farina, il burro, che in campagna dove abitava non mancavano, amalgamati assieme allo zucchero, conservato gelosamente, e alla frutta fresca o secca, inventava dolci leccornie dalle forme e dai gusti più svariati. Quando poi il marito trovava del cacao, prezioso in quei tempi di crisi, lei sapeva creare miracoli. Le dita come piccoli folletti mescolavano, impastavano, tastavano quella polvere magica, che come per incanto prendeva le forme più strane per poi sciogliersi nelle bocche che diventavano degli “O” di meraviglia e piacere. Quella signora si chiamava Serena, proprio come te, e serena lo era di nome e di fatto. Diceva che quella sensazione gliela dava quella polvere scura e vellutata, quella materia impalpabile che non la tradiva mai, la assecondava e sapeva calmare le sue ansie. Così aveva deciso di fare assaggiare quei piccoli toccasana anche ad altre persone, per quattro soldi, giusto per rientrare nelle spese. Posizionava in giardino delle assi di legno su cavalletti, le copriva con tovaglie colorate poi disponeva in bella vista fiorellini, mezze lune, piccoli cubi, palline, piramidi in miniatura e mille altre forme tutte rigorosamente di cioccolato fondente, al latte, alle nocciole, con all’interno mille creme dagli svariati sapori. In un attimo spariva tutto e lei tornava ogni volta a rifarli sempre più buoni, con ricette sempre più raffinate, che custodiva religiosamente in un quadernetto dalla copertina marrone vellutata come quel nettare….-

Serena apre gli occhi, toglie le mani dalle orecchie e i suoni della vita attorno a lei tentano di riappropriarsi della sua mente. Una mano estrae dalla piccola borsetta, candida come il vestito, una boccettina contenente un liquido trasparente, la stringe nel palmo umido delle lacrime che hanno iniziato a scendere copiose dai suoi occhi stanchi, l’altra cerca l’ennesima dolcezza, il cui gusto si confonde col salato dell’acqua dell’anima. Di nuovo quelle voci che la chiamano, ora non ha più voglia di rispondere e si richiude in posizione fetale sulla poltrona per rientrare nel suo mondo di bambina…

  • Serena e suo marito si amavano tanto e un giorno da tutto quell’amore nacque un bambino, che crebbe tra il profumo di cioccolato e le chiacchiere di tutte le persone, che venivano ad acquistare i cioccolatini e i dolcetti che sua mamma sfornava con l’amore di chi crea qualcosa di importante per il benessere dell’umanità. Le prime parole che quel bambino imparò a leggere erano tutte contenute in quel magico quadernetto marrone vellutato che aveva catturato la sua attenzione. Era piccolo ma si chiedeva meravigliato come da quelle parole, che per lui erano legate senza un senso logico, potessero uscire, come gli aveva spiegato la mamma, quelle creme che si scioglievano tra la sua lingua e il palato, che avrebbero voluto rimanere sempre uniti per imprigionare quella sensazione di infinito piacere. Il piccolino era poi diventato grande, i tempi erano cambiati, la grande casa di campagna era, col tempo, diventata la “casa di vacanze” e lui con i genitori si era trasferito in città. La mamma aveva smesso di sfornare dolci leccornie per i vicini di casa, ma non aveva mai smesso di inventarne sempre di nuovi per addolcire le giornate di festa trascorse con parenti e amici e tutte quelle scoperte avevano trovato posto assieme alle altre, come tanti piccoli soldatini pronti a una parata di bontà. Quel bambino, col tempo, aveva trasformato quel piccolo laboratorio in una piccola, ma efficientissima fabbrica, che aveva come piccolo ma insostituibile segreto quel libretto di velluto…

Serena si alza, si avvicina allo specchio e osserva il suo abito. Non è più candido. Le tracce di cioccolato lo attraversano come tanti viottoli in mezzo alla neve ed è stropicciato come un foglio di carta straccia. Una mano cerca di lisciarlo, l’altra è stretta a pugno, ha le nocche bianche e lei a un tratto la osserva come se la vedesse per la prima volta. Sente il contatto con la boccettina liscia all’interno, non la vuole vedere, sa cosa contiene. Vede riflesso allo specchio il suo volto che ormai ha perso la maschera della gioventù, che ha lasciato il posto a quella del disincanto e osserva stupita un evanescente volto del padre che le parla ancora…

  • Poi la storia si è ripetuta come una filastrocca, quel bambino ormai grande si è sposato e ha avuto a sua volta un bambino, che ha calcato le sue orme, facendo assumere alla “Dolciumiserena”, così si chiama quel forziere di gioie per il palato, proporzioni ragguardevoli che hanno assicurato, e tuttora lo fanno, alla sua dolce bambina tutta la tranquillità e la sicurezza che si merita…

Serena posa il palmo della mano sulla guancia bagnata di lacrime, sente ancora il tocco delicato e assieme ruvido di barba, del bacio della buona notte che suo papà le dava quando la credeva ormai addormentata.
Che bella storia, ma in tutte le storie che si rispettino c’è posto anche per l’orco, e in quella favola dov’era? C’era eccome, e c’è tuttora, la sta aspettando davanti alla chiesa, bello da morire come un principe nel suo abito elegante e scaltro come un lupo con un folto pelo e un maledettissimo vizio, che lei ora sa non perderà mai, e si tocca istintivamente il fianco.
Vuole consolazione, afferra l’ultimo cioccolatino, un cuore che racchiude una dolce crema alla fragola, lo mette in bocca, socchiude gli occhi e si perde un attimo in tanta bontà. Ormai la pazienza di chi la sta aspettando è arrivata al limite.
Sente i passi che salgono le scale.
Sente l’ansia e il timore che le sia successo qualcosa trasparire in quel correre affannato. Qualcosa le è successo, ha deciso di diventare una donna, il brutto anatroccolo impacciato e succube di un cigno malvagio diventerà una creatura libera e bellissima.
Si spoglia di quel vestito che forse non ha mai voluto veramente, indossa velocemente i pantaloni e la maglietta con i quali era arrivata solo qualche ora prima, apre una porta secondaria e vola per le scale che la porteranno verso un’aria pulita, che la accarezzerà con la delicatezza di un vero amante.
La macchina la attende e risponde pronta alla sua sollecitazione a partire, anche lei sa che hanno poco tempo prima che gli altri si accorgano della direzione che hanno intenzione di seguire. Lei vuole tornare in quella casa dove tutta la storia è cominciata e darsi un po’ di tempo per organizzare la sua nuova vita.
Non sarà difficile fare comprendere al padre e alla madre le sue intenzioni, e lui non potrà più farle male.
Ormai è lontana dal luogo dove molte persone si stanno chiedendo dove sia finita, decelera e accosta sotto un albero, la corsa affannosa verso la libertà le ha tolto il fiato e lei vuole ritrovarlo per gustare questo momento.
Si accorge che una mano è ancora stretta sulla boccetta.
Apre le dita e la osserva.
Svita il tappo che la chiude, con delicatezza, i suoi occhi osservano come fossero ipnotizzati quel liquido ambrato che la riempie, le sue labbra si avvicinano, la lingua si protende come quando solo poco tempo prima si era protesa per assaporare uno dei cioccolatini sul vassoietto.
Sa che basteranno solo pochissime gocce per raggiungere l’effetto desiderato.
Ecco, quel dolce speziato si sta diffondendo per tutta la bocca, i suoi occhi si chiudono e le sue labbra si schiudono in un’espressione finalmente serena e appagata.
Evviva, questa ambrosia sarà la punta di diamante della nuova “Dolciumiserena” – è sua la voce che grida al vento queste poche parole, che hanno la forza di un sigillo su una busta che contiene un segreto da non dividere con chicchessia.
Ha passato notti nel laboratorio dello stabilimento, all’insaputa di tutti, a mescolare essenze rare, zuccheri scuri dal gusto dolce-amaro, a creare accostamenti azzardati e finalmente ha raggiunto il massimo dei mixer, quello che stringe tra le dita, racchiuso in quel vetro neppure lontanamente degno di racchiuderlo.
Avrebbe dovuto essere il regalo di nozze per l’orco della favola, è diventato un premio per la sua “forza trovata”.
Lo mescolerà alle creme nei dolci e alle polveri che diventeranno cioccolate calde e dense a scaldare le fredde notti invernali di chi vuole coccolarsi e tutte le persone che sentiranno sul palato quella fragranza sapranno di assaporare un prodotto “Dolciumiserena”.
Tutto il merito sarà solo suo.
E’ felice adesso, chiude la boccetta, la ripone con delicatezza nella tasca, riaccende il motore e si avvia verso la vecchia casa di famiglia accarezzando la copertina vellutata di uno sgualcito quadernetto di ricette posato sul sedile di fianco, come un passeggero di tutto rispetto.

Fine

Meditatio

Il mare ascolta i racconti di chi gli si avvicina, tace e consola con la voce della risacca.

Cavalchiamo l’onda con fatica per poi scivolare nella speranza della calma avvolgente.

La cultura deve andare a braccetto con l’intelligenza che l’arricchisce allontanandola dalla sterilità e dalla freddezza.

Ti disseto – dice l’acqua al bosco – Grazie – risponde lui, ma non esagerare, non ho abbastanza foglie per riparare i miei piccoli abitanti e ho bisogno delle loro chiacchiere.

L’amicizia è lo scialle che ti scalda quando la vita scivola sulle tue spalle stanche.

Intreccia la calma con i racconti che la mente si affanna a porre davanti ai tuoi occhi stupiti.

La vita scorre come il fiume verso valle tra vortici, tratti di pianura, fruscii e urla del vento.

Non rincorrere felicità, gioia sfrenata, sensazioni estreme, cerca la serenità, il resto potrebbe raggiungerti…o forse no.

Quando allunghi la mano per dissetare la tua anima che annaspa nei problemi, assicurati che il tuo corpo assorba il mezzo pieno, il mezzo vuoto invece di annegare le tristezze le farebbe volare.

La musica è la colonna sonora dei tuoi sentimenti, ti accompagna anche quando ti sembra di non udirla nel rimbombo del silenzio.