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Post Mare

Questa è la pagina di Post Mare.
Post Mare fa parte del Laboratorio di scrittura creativa di Domodossola.

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Via Briona

Notte…
le luci, il freddo pungente e la piazza vuota, con le vecchie case riflesse sull’acqua piovana, stesa come una coperta sulla pavimentazione non più occupata da macchine in sosta e poi le stelle ad indicare l’ingresso di via Briona, tutto questo fa si che gli occhietti di Tim e Tom si spalanchino stupiti.
Abituati alle tenebre sotterranee tutto questo è quasi troppo.
Sono piccini loro, non avvezzi a respirare aria pura.
Usciti dalle viscere della vecchia città, grazie ai recenti lavori di “riqualificazione”, sono decisi a toccare con zampa almeno il mondo della vecchia via (il tempo a loro disposizione, prima dell’alba, non è molto), raccontato dagli anziani, durante i raduni, quando le orecchie erano attente a non farsi scappare alcunchè e i baffetti tremavano per l’eccitazione.
Tim guarda, il panettiere!!
Nasino all’insù pronto a incamerare quanto più profumo possibile.
Dici che saremo capaci di entrare e rubacchiare qualcosa?
Ma Tim si era già allontanato da Tom e si era piazzato davanti a quella che sapeva essere un’osteria, dai racconti degli anziani. Uscivano profumi ben più invitanti di salumi e formaggi e note assieme alle chiacchiere degli avventori alticci e che, per fortuna, se ne stavano dentro al calduccio. Tim aveva sorriso pensando alle urla che avrebbero lanciato le persone se li avessero visti a curiosare lì attorno.
La passeggiata l’avevano continuata assieme scartando le gioiellerie, mica erano gazze ladre loro, i negozi di vestiario privi di profumi interessanti… ma davanti a uno si erano fermati…
Si erano ricordati entrambi il nome del proprietario perché ricorreva spesso nei racconti dei vecchi. La via era sempre piena delle sue risate e dei suoi saluti a tutte le persone che passavano di lì. Dicevano che non gli importasse tanto dei guadagni ma piuttosto di stare assieme alla gente che lo conosceva da sempre. Beh, quattro passi dentro quelle vecchie mura li avrebbero fatti volentieri, se non altro per raccontare qualcosa di nuovo loro ai raduni.
Perdirindina Tom il cielo sta schiarendo, per fortuna in fondo a questa via ci sono i cantieri che ci permetteranno di raggiungere “casa” in fretta, prima di prendere una sculacciata sonora.
La corsa era stata solo interrotta dall’ennesimo profumino uscito dal negozio di alimentari nostrani…
E con questo “ricordo olfattivo” stavano scendendo verso casa quando:
Aiutoooo, l’avevo detto che tutti questi lavori avrebbero portato ospiti indesiderati e nessuno mi aveva dato retta…l’importante è che se ne stiano alla larga, altrimenti prima che si azzardino a entrare nel mio negozio si troveranno a lottare con i miei bassotti predatori….


In giro per Domo

“Aiutoooo, l’avevo detto che tutti questi lavori avrebbero portato ospiti indesiderati e nessuno mi aveva dato retta…l’importante è che se ne stiano alla larga, altrimenti prima che si azzardino a entrare nel mio negozio si troveranno a lottare con i miei bassotti predatori….
Quella bella coppia che stava camminando tra le tenebre di quella cittadina…(tenebre? con la miriade di lampioni nuovi di fiamma, e tutti accesi, sembrava di essere in pieno giorno)…dicevo quella bella coppia, con vestiti che sembravano d’altri tempi, ancora immersa nel clima carnevalesco, pur abitando a Domodossola da sempre, forse non si sarebbe accorta del movimento di mezzi, a quell’ora “addormentati” e pronti a ricominciare l’indomani i lavori, non fosse stato che per il grido di quella donna e per la vista di quei due animaletti pelosi e spaventati anch’essi dalle urla.
In effetti, non solo per il grido ma anche perché al posto del marciapiedi, che avrebbero dovuto percorrere per cercare una pizzeria, atta a placare la fame che faceva borbottare i loro stomaci, si erano trovati davanti una voragine.
“Antonio, adesso dove andiamo?”
“Dai Lucia, di qua, poi di là, e poi? Per Bacco (mmm che voglia di un bicchiere di vino) e per dinci e allora?”
Lucia, illuminata dalla luce artificiale, forte come un sole che non scalda si era guardata attorno e : “Si, non mi ero ancora accorta, presa da altro, la nostra cittadina è un cantiere perdirindina, beh certo che dal caos dovrebbe arrivare qualcosa di bello, vero Antonio? Vero?”
“Lucia, boh forse e comunque qualcosa bisogna fare per svecchiare le strade e le piazze…”
Si erano fermati e non si erano accorti di avere un pubblico attento, piccino ma con due occhietti che li guardavano:
“Cosa dovremmo dire noi che non sappiamo più dove andare, uffa questi umani sempre a lamentarsi. Forse non si sono accorti di noi e comunque non si sono ancora messi a urlare, dai ascoltiamoli ancora un po’”.
I due ragazzi si guardavano attorno e si trovarono d’accordo, si mise a parlare Antonio ma Lucia annuiva convinta:
“La nostra cittadina una volta era un po’ squallidina, con la piazza principale ridotta a un parcheggio a cielo aperto, i marciapiedi sconnessi, la stazione triste e altre piazze che, piano piano, negli anni si erano deteriorate…poi alcuni interventi, nel tempo, sono riusciti a migliorare il tutto con iniziale insoddisfazione degli abitanti, che poi si erano resi conto che tutto andava meglio anche se con un po’ di disagio. Ora il disagio è forse superiore e, in effetti dura da un po’ troppo tempo, ma gli interventi sono un po’ più radicali e la gente, diciamocelo, è meno paziente di una volta e la vita è frenetica. Dai aspettiamo e vedremo dove ci troveremo a vivere tra un po’”.
Il freddo iniziava a pungere e la fame iniziava a farsi sentire prepotente.
“Antonio la cerchiamo la pizzeria?”
Forse i pizzaioli avevano deciso di fare sciopero, non ce n’era uno aperto. I profumi, che uscivano dalle case dove gli abitanti erano indaffarati a preparare cena, solleticavano le loro papille olfattive facendo gorgogliare, non solo i loro stomaci, ma anche quelli dei loro accompagnatori nell’ombra.
Poi il miraggio! Una luce e odore di pizza che usciva invitante da un portone che faceva da ingresso a una storica pizzeria.
“Dai Lucia ci siamo! Abbiamo attraversato percorsi accidentati, è tardi ma forse la sorte inizia ad essere dalla nostra!”
Ma all’ingresso avevano adocchiato due persone.
“State aspettando di entrare?”
I due si erano girati con aria scocciata e infreddolita e avevano risposto con un sì stringato, spiegando, con falsa cortesia, che il locale era pieno e loro stavano aspettando che liberassero l’ultimo tavolino disponibile.
I due pelosetti che avevano seguito Antonio e Lucia e, chissà, si erano un po’affezionati a questa bella copia, si guardarono e ammiccando:
“Che dici, li aiutiamo?”
Erano usciti dall’ombra e correndo erano saliti sulle scarpe della brutta copia in attesa.
“Aiuto! Che schifo! Se ce ne sono fuori chissà dentro, magari in cucina! Andiamo, dai cerchiamo un altro posto o torniamo a casa!”
Antonio e Lucia non si erano accorti di cosa fosse successo, avevano solo visto le due persone, che fino poco prima erano in attesa di un posto, schizzare via senza salutare come se avessero il fuoco che li inseguiva.
Si erano guardati sconcertati e mentre se ne stavano andando, certi che la loro serata sarebbe finita lì, il portone si era aperto e:
“Il vostro tavolo è pronto, scusate l’attesa, prego entrate!”
Antonio e Lucia non se l’erano fatto ripetere due volte e, seguendo il caldo e il profumo invitante, si erano guardati sorridendo pregustando la cenetta e lasciando fuori i discorsi sui lavori in corso.
Sul marciapiedi erano rimasti i due “piccolini” soddisfatti del risultato e già pronti a entrare nei cubicoli sotterranei in fretta, prima di prenderle per il ritardo inspiegabile agli occhi dei loro genitori.

“Il Cavaliere inesistente”, Italo Calvino, 1959 ( da pagina 94 a 98)

Agilulfo si ferma a chiedere la strada. Gli risponde cortese la mugnaia e gli offre vino e pane, ma egli rifiuta.
Accetta solo biada per il cavallo. La strada è polverosa e assolata; i buoni mugnai si meravigliano che il cavaliere non abbia sete.
Quando egli è ripartito, arriva, col rumore d’un reggimento al galoppo, Gurdulù, servitore di Agilulfo, spaesato, che chiede se avessero visto il suo padrone.
Gli uomini, stanchi e incuriositi da quello strano personaggio, cercano di capire chi sia il suo padrone e di dare un senso al suo parlare confuso di cavalli e cavalieri, di padroni e servitori.
Poi, stanchi di sentirlo blaterare, gli offrono da mangiare e da bere, sperando forse che il cibo e l’acqua lo rendano più lucido.
E lui accetta, certo che accetta, rendendosi conto all’improvviso della sete e della fame che lo attanagliano.
La città, raggiunta da Agilulfo è cinta da mura.
Agilulfo, il padrone di Gurdulù deve attraversarla. Le guardie alla porta vogliono che scopra il viso; hanno l’ordine di non lasciar passare nessuno col volto nascosto, perché potrebb’essere il feroce brigante che imperversa nei dintorni.
Agilulfo si rifiuta, viene alle armi con le guardie, forza il passaggio, scappa.
Oltre la città c’è un bosco. Agilulfo lo batte in lungo e in largo finché non scova il tremendo bandito. Lo disarma e incatena e lo trascina davanti a quegli sbirri che non volevano lasciarlo passare.
Infatti Agilulfo ha deciso di liberare la città dal terrore, che il bandito semina a piene mani e di dimostrare alle guardie che hanno sbagliato a farsi spaventare dal suo aspetto, misterioso e che non lascia intravedere la sua vera identità.
Trascina il bandito incatenato davanti alle guardie e dimostra loro che, così incatenato, il bandito non ha più l’aria così terribile.
Le guardie, contente di vedere chi ha fatto il lavoro pericoloso al posto loro, ma desiderose di sapere chi hanno davanti, cercano indicazioni sulla sua identità che appare avvolta nel mistero più fitto.
Agilulfo neppure scalfisce la loro curiosità ma fugge lontano da loro e dalle loro domande.
Nella città c’è chi dice che è un arcangelo e chi un’anima del purgatorio. Qualcuno  dice di aver notato che il cavallo correva leggero, quasi non avesse nessuno in sella.
Dove finisce il bosco, passa un’altra strada, che raggiunge anch’essa la città.
È la strada che percorre Bradamante, perdutamente innamorata di Agilulfo, che lo cerca disperatamente.
E’ convinta di averlo visto passare e chiede a chi incontra se avessero notato un uomo con la sua armatura bianca , ma sente solo indicazioni che a lei paiono senza senso e poi parole che cercano di offenderla, senza riuscirci, dette da un vecchio.
Bradamante decide così di andarsene e proseguire la ricerca del suo amore.
La strada è affollata, a quanto pare, infatti nella piazza della città giunge anche Rambaldo, a sua volta innamorato di Bradamante (che intrecci), che cerca di capire se  Bramante fosse passata di lì e si sente nominare un terzo strano cavaliere.
Agilulfo e Gurdulù si sono al fine ricongiunti e galoppano affiancati.
 Agilulfo ferma il cavallo per non travolgere una donzella che, scarmigliata e con le vesti lacere, gli si butta dinnanzi in ginocchio.
Agilulfo non comprende subito tanta disperazione, fino a che la donna gli spiega che il castello, dove vive assieme alla sua signora Priscilla, è assediato da un branco di orsi feroci, che tengono in ostaggio la sua padrona, un gruppo di donne inermi e lei, che è riuscita a fuggire poco prima, calandosi in modo rocambolesco dalle torri del suddetto castello.
Agilulfo, facendo sfoggio delle sue doti di paladino, non esita un istante e, chiedendo alla giovane fanciulla di far loro strada verso la magione assediata, si appresta a fare la sua parte di intrepido salvatore.
Andavano per un sentiero alpestre. Lo scudiero procedeva avanti ma non guardava nemmeno la strada; il petto della donna seduta tra le sue braccia sul suo cavallo, appariva roseo e pieno dagli strappi del vestito, e Gurdulù ci si sentiva perdere.
La donna, però, non aveva occhi che per Agilulfo che, con fiero portamento continuava a cavalcare, ignaro del subbuglio che la donzella aveva creato nel cuore del suo scudiero.
Gurdulù, o meglio le sue mani, erano sempre più attratte dal morbido seno della donna che pareva non accorgersene, attirata com’era dal portamento di Agilulfo e perfino dalla sua voce.
Ormai Gurdulù era completamente perso nel profumo e nella morbidezza della donna che avrebbe dovuto condurli al castello, anche se lui non seguiva più le sue istruzioni per giungere alla magione, preso da tutt’altri pensieri.
Ma la donna si accorse che la strada intrapresa non era quella giusta e, dopo aver elogiato per l’ennesima volta Agilulfo, si prese la soddisfazione,sogghignando, di sbeffeggiare Gurdulù per la sua sbadataggine.
A una svolta del sentiero, un eremita tendeva la ciotola dell’elemosina.
Agilulfo che a ogni mendicante che incontrava faceva di regola la carità nella misura fissa di tre soldi, fermò il cavallo e frugò nella borsa.
Diede i tre soldi all’eremita che, non si limitò a ringraziarlo ma gli diede anche un consiglio che lui reputava più prezioso del denaro ricevuto.
L’uomo consigliò al cavaliere, parlandogli sotto voce, probabilmente per non farsi sentire dalla donzella in groppa al cavallo del suo servitore, di prestare attenzione alle lusinghe della vedova Priscilla.
Gli disse che i famigerati orsi erano allevati da lei stessa che li usava per far tenerezza ai cavalieri che la credevano in pericolo e che accorrevano in suo aiuto, coma stava facendo lui, per placare la sua fame, non certo di cibo.
Agilulfo non sembrava molto impressionato dal racconto del viandante.
Forse era anche un po’ intrigato dal racconto stesso, così, dopo aver rassicurato l’uomo, che comunque non si sarebbe tirato indietro per così poco, stava per proseguire quando il viandante, in verità alquanto mal ridotto, fece un ultimo tentativo, prendendo se stesso come esempio di come un uomo potesse ridursi dopo essere passato dalle grinfie della diabolica vedova per “salvarla” dai “terribili orsi”.
Neppure la vista di questo uomo mal ridotto e del suo racconto, fece cambiare idea a Agilulfo, che raggiunse il suo scudiero e la fantesca in un baleno, lasciando lì il viandante per strada.
Giunto da loro, iniziò ad avere dei dubbi quando, dopo che la donna si lamentò della gente che amava sparlare a sproposito, a una sua domanda specifica, gli disse che di viandanti ce ne erano molti e aumentavano sempre più.
Il suo senso del dovere comunque ebbe la meglio e proseguì imperterrito verso il suo destino, qualunque esso fosse, lasciando la donzella, come da sua richiesta, sul sentiero, nascosta e al riparo dei presunti ringhi dei terribili orsi.

22/01/2024

Viola

Di fronte, il verde del mare sfumava, all’orizzonte, in trasparenze arcobaleno e si incontrava col cielo che, avvicinandosi alla notte si tingeva di indaco profondo e cupo.
Lei non apprezzava quell’incanto. Non poteva. Vedeva solo quel buco nero dove stava sprofondando senza avere la forza di risalirlo.
Sedeva su uno scoglio freddo e si abbracciava in cerca di un calore che non voleva da nessuno. Si stringeva il petto ma dal profondo della sua gola era salito un urlo che solo le onde e i pesci potevano udire, ma non comprendere. Un ululato di rabbia e di dolore che percepiva netto nel punto in cui le sue braccia avevano formato uno scudo, inutile. 
Un dolore che aveva un nome, ossessione o meglio remissione e un colore, il viola dell’ennesimo livido che lui le aveva procurato, scusandosi mille volte, poi, con voce dolce come miele e un anello con una splendida pietra incastonata, un’ametista (ironico abbinamento), e che ora lei stringeva con la forza e la disperazione con la quale avrebbe tanto voluto stringere quel collo che aveva baciato con passione all’inizio, prima di scoprire che apparteneva a un mostro, dal quale per altro non aveva la forza di liberarsi, chissà, forse sperando in una trasformazione miracolosa dell’ultimo minuto.
Ma di minuti ne erano passati un’infinità e la situazione continuava inesorabile a peggiorare.
Poi la decisione.
Lui stava per arrivare. Lei sentiva quella sensazione di ansia, mista a paura e a qualcos’altro che non voleva analizzare, quando la stava raggiungendo.
Quelle mani forti sulle sue spalle magre avevano il potere di farla trasalire ogni volta.
“Ciao amore, eccomi. Non hai indossato il mio anello. Non ti è piaciuto?”
Lei aveva abbandonato la sua posizione quasi fetale, si era alzata e girata verso quell’uomo che la ossessionava e aveva risposto con voce dolce:
“Certo è splendido, vedi lo tengo qui, tra le mani” e, mentre fissava quegli occhi incredibilmente azzurri, aveva fatto in modo di fargli volgere le spalle al precipizio a strapiombo su acque verdi e turbolente. 
Sapeva che lui non amava vederla condurre il gioco, preferiva essere lui a fare avance, così gli si era avvicinata con movenze sinuose e sguardi provocanti, era pur sempre una donna e splendida, che non lasciavano nulla all’immaginazione. Aveva letto, a quel punto, stupore in quell’azzurro, stupore e fastidio, che avevano stravolto il suo sguardo dandogli quell’espressione truce che lei conosceva purtroppo molto bene.
Non aveva smesso però il suo pericoloso gioco di seduzione, anzi aveva allungato una mano per una carezza sensuale che lo aveva fatto indietreggiare.
Doveva abbreviare i tempi, non poteva lasciare spazio a reazioni che avrebbero vanificato i suoi sforzi, così gli si era avvicinata, come lo volesse abbracciare e baciare con passione.
Ed era successo.
“Che fai?” Le aveva chiesto, indietreggiando, quasi a voler scansare quel contatto fisico che non aveva richiesto.
Ma lei aveva continuato, come se non lo avesse udito, e questa volta si sentiva tranquilla perché aveva la certezza che non vi sarebbero più state reazioni violente da parte di quell’uomo diabolico.
Non aveva smesso di avanzare e lui di indietreggiare fino all’inizio di quel volo verso la fine sua e l’inizio per lei, che lo osservava precipitare assieme a quella pietra viola come il suo dolore.
“Serena, cosa ti prende? Non sapevo più dove cercarti. Ehi, mi senti?”
Lei si era voltata, quasi non credesse ai suoi occhi e alle sue orecchie. Qualcosa non andava. Era ancora rannicchiata lì, sugli scogli e il cielo ora era cupo. Davanti a lei c’erano quegli occhi azzurri che la fissavano.
“Serena, alzati e andiamo a casa”.
“Non ha senso che io mi chiami Serena. Perché non lo sono”.
Gli aveva risposto così veramente o si era sognato anche quello? Non avrebbe saputo dirlo.
Si era alzata e lo aveva seguito docile, come sempre.
Aveva aperto la mano e quell’ametista era scivolata sull’erba in silenzio come quella rabbia che le dormiva dentro.

 

06/02/2024

Il risveglio

Il forte e intrigante odore di acquaragia e colori ad olio aleggiava per la sala, intrisa ancora degli odori del giorno precedente, che la notte appena trascorsa non aveva fatto svanire.
Il sonno, che non aveva ancora lasciato le sue palpebre appesantite, le chiedeva cosa centrasse questa sensazione di nuova vita e cosa avesse a che vedere con gli aromi, che in genere l’aiutavano a entrare nel nuovo giorno, caffè, biscotti, latte.
Poi i piedi l’avevano portata in sala e la risposta era lì sul tavolo, dove aveva allestito un piccolo angolo da “imbratta tele”, che le serviva per non pensare o per concentrarsi su qualcosa che non fossero le immagini che le giravano per la mente.
Proprio lì, dal tavolo, la osservava una piccola tela che aveva imprigionato una tazzina con caffè e latte, una mezza mela e due biscotti.
Il tutto non aveva l’odore del caffè e dei dolci che avrebbe dovuto sentire a quell’ora del mattino ma lei sapeva ora che quel quadro era uscito dalle sue mani e dalla sua mente per aiutarla a ricominciare e che proprio quella, con i suoi profumi inusuali, era la colazione giusta per iniziare un nuovo percorso.

Miaoo prrrr

Miaoooo, ciao banda come va?
8 occhi gialli, alzati al cielo per un attimo, lo stavano guardando e all’unisono miagolarono: “Sai che siamo in 5, compreso te, che senso ha chiamarci banda? Amici caso mai,ragazzi, al limite”.
Erano lì sulla stradina ciottolosa ad annusare i profumi della Liguria: focaccia unta e gustosa, verdure ripiene, torte salate, ma il loro profumo preferito era quello delle sardine come Lena cucinava apposta per loro, Lena, la loro benefattrice, la loro foraggiatrice grazie alla quale si erano conosciuti.
Alle 19 puntualmente Lena, che abitava in una casa vecchia come lei, affacciata su quella stradina, usciva con un po di piattini pieni di buon pesce e li aspettava; loro arrivavano quasi avessero un orologio al polso peloso, ma era lo loro pancia che borbottava all’ora prestabilita.
Erano molti i gatti che si erano avvicendati davanti alla porta di Lena ma solo loro 5 erano rimasti assieme negli anni, si erano annusati e avevano sentito odore di scighera e di risotto giallo e l’empatia reciproca aveva fatto il resto.
Grigio, Nerone, Bianco, La Rossa e Tigre adesso erano lì sotto le finestre di Lena e tutti percepivano una strana ansia, un’atmosfera strana. Poi il portone aveva lasciato uscire Lena. Era triste
Amis, volevi avisav che quest l’è l’ultim mangià che ve fu, perché domon mi lassaru ‘sta cà e tornarò a Milan visin ai me fiou perché a sta chi in de per mi me la senti pu..
Aveva parlato per la prima volta, dopo tanto tempo, nel suo dialetto originario, sicura, chissà perché, che loro l’avrebbero compresa.

10 occhi spalancati la fissarono, avevano capito che la situazione si stava mettendo male dal tono, e quella parola “ultimo pasto”, non aveva un bel suono.
Lena li aveva accarezzati loro non erano selvatici come gli altri mici, loro amavano le coccole e sapevano il perchè), poi con gli occhi lucidi se n’era tornata in casa, lasciandoli lì attoniti, zitti , a cercare di comprendere cosa avrebbero fatto da lì in poi per tirare avanti.
All’improvviso il silenzio nella via era stato interrotto da una cacofonia di miagolii e versi vari, qualche finestra si stava aprendo perché chi stava dietro voleva sapere cosa stesse succedendo.
La Rossa (le femmine!!! Se non ci fossero loro!!!) a quel punto aveva zittito tutti e aveva iniziato:”Figeu, nient paura. Tutti zitti all’improvviso si erano girati verso lei “ Nient paura, la difficoltà pusse granda la sarà quella del mangià perchè per el dormì, da quand emm ciapà sta strada de sit dove scondess ne troevum semper; passà el temp a cor e a giogà, l’emm semper trovà… ma per el mangià…Ve recordì quand che andavom a cercal in di bidon del ruff, ma minga semper trovavom um quicoss de bon ma el podeva bastà…De spess se strusciavom adoss a un quaivun, cont un mus simpatic e un quei bocconi nel rivava e poeu, andem, semm gatt, e avarium dovu ciappaa i ratt, ma o eren tropp moresin o tropp gross e svicc a csappà o eren pussè giugadoni de nuialter.

Poeu ghe rivà la Lena e se semm sentì a ca nostra. Cà, questa parola la ve dis nigotta? La soluzion ai noster fastidi l’è lì. Con la Lena statu ben perché emm sentì subit i profum de Milan. Sì, fioeu, l’è propri de lì che vegnum tucc, ve si desmentegaa? (orecchie basse si guardarono l’un l’altro). Emm minga traversà Lombardia e Liguria ma i noster padron me aveven portaa con lor in vacansa convint del fam un piasè e me l’aveven fa… e dopo? De nott serum semper in gire mi me sunt innamorada de ti, Gris, te l’avevet minga capì? Dimm el perché avaria lassa la mia bella casetta e i compliment della mia mammau? Mi so minga se anca ti te seret innamorà de mi, ma l’era assè de stat adree a ti.
Un prrr e un miagolio dolcissimo l’aveva raggiunta. Grigio le aveva risposto a modo suo
“ Poeu t’ho cognossu ti, Nerun, che con el to amis Bianc te andavet in cerca de aventur e poeu ti te ne cuntavet con vanteria, ma te seret inscì simpatic che te scultavum senza savè se l’era vera o eren ball. Tigher, ti te se semper sta un mister, ho mai capìse te stavet insema a num, ma te ghe seret e domà el to odor de Milante dava el diritt de stamm insema.”
Tigre si era avvicinato alla Rossa e aveva guardato lei e Grigio emettendo fusa che la Rossa non aveva voluto comprendere a fondo.
“Allora, avì capì qual è l’uinica manera per levass d’infesc? L’è esta e sem fortunà che chi m’ha vorsù ben adess l’è chi e el m’ha cercà tanto. Adess l’è chi. Segund m l’è asse de fass vedè, sgnaolaa con passioncont i occ magonent e sporcass un pu per aveg ancamo el nosterpost, i movin e el mangià l’è bon… e fioeu, ghemm semper la nott per sta insemma tra de nun.”.
Dopo un attimo di silenzio avevano iniziato tutti a miagolare per commentare quello che la Rossa aveva detto.
La loro avventura l’avevano avuta, qualcosa da raccontare anche e forse era arrivato il momento davvero di tornare alla base.
Si lasciarono dandosi appuntamento lì dopo due giorni.
Notte. Lei era stata la prima ad arrivare, poi l’avevano raggiunta tutti gli altri. Si, erano ancora un bel gruppo e si, stavano ancora insieme anche se con il pelo gonfio e u bel profumo di pulito erano esternamente un po diversi.
Assieme si erano messi a miagolare felici, forse un po troppo forte perché alcune luci si erano accese e qualcuno si era affacciato a vedere cosa stesse succedendo.