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Malena Storm

Questa è la pagina di Malena Storm.
Malena fa parte del Laboratorio di scrittura creativa di Domodossola.

Una lunga fila di condannate in divisa durante l’ora d’aria. A capo una severa, grassa suora dall’aria arcigna e dal passo pesante con lo sguardo severo e sospettoso sul capo delle ingenue, ignare fanciulle. Il loro incedere rassegnato e stanco, nonostante la verde età, lungo la via Briona.
In quel breve lasso di tempo le loro menti, sgombre  e libere dal ricordo del Collegio Rosmini, vagheggianti disobbedienza e fughe. I loro occhi avidi e curiosi sulle vetrine vistosamente colorate dei tanti piccoli negozi, ricavati da anfratti e vecchie cantine. All’improvviso, dal volume stordente  di un giradischi, “you are my destiny” (tu sei il mio destino) trafiggono la mente, il cuore, l’anima di Rebecca. Una luce intensa, travolgente; il suo spirito proiettato nella capitale inglese con il suo fluido parlare la lingua autoctona.  Via! via! nella vorticosa, caotica, metropoli  ridondante, quasi una melodia, di suoni ed etnie. Sinistrorsi taxi di nero dipinti affiancati da torpedoni dal doppio tetto con turisti  fotomuniti, avidi di immagini: un  molesto susseguirsi di  click e di teste marionettate verso destra e manca.
Attenzione, un’auto! La voce tagliente del carceriere  contro l’ impalpabile bolla variopinta di Rebecca. Puff!
I piedi nuovamente a terra, ma tremendamente radicata nella mente la voglia di fuga e libertà.

“Il Cavaliere inesistente”, Italo Calvino, 1959 ( da pagina 94 a 98)

Agilulfo si ferma a chiedere la strada. Gli risponde cortese la mugnaia e gli offre vino e pane, ma egli rifiuta.
Accetta solo biada per il cavallo. La strada è polverosa e assolata; i buoni mugnai si meravigliano che il cavaliere non abbia sete.
Quando egli è ripartito, arriva, col rumore d’un reggimento al galoppo, Gurdulù che chiede loro se avessero visto il suo padrone. Curiosi costoro gli domandano chi sia il suo padrone ed egli risponde che è un cavaliere, anzi no, un cavallo.
Stupiti i buoni mugnai vogliono sapere se lui è al servizio d’un cavallo ed egli controbatte che è il proprio cavallo a essere al servizio d’un cavallo. Sempre più perplessi continuano a indagare per conoscere chi cavalchi quel cavallo ed egli risponde che non è dato di sapere. Una risposta altrettanto bizzarra la fornisce quando gli viene chiesto chi cavalchi il suo cavallo perché ribatte di chiederlo direttamente all’animale.
Rassegnati di fronte alle risposte inconcludenti di Gurdulù si informano se non abbia fame e sete ed egli annuisce, accettando e ingozzandosi.

Questa che disegno adesso è una città cinta da mura. Agilulfo deve attraversarla. Le guardie alla porta vogliono che scopra il viso; hanno l’ordine di non lasciar passare nessuno col volto nascosto, perché potrebb’essere il feroce brigante che imperversa nei dintorni. Agilulfo si rifiuta, viene alle armi con le guardie, forza il passaggio, scappa.

Oltre la città questo che vado tratteggiando è un bosco. Agilulfo lo batte in lungo e in largo finché non scova il tremendo bandito. Lo disarma e incatena e lo trascina davanti a quegli sbirri che non volevano lasciarlo passare e presenta loro in ceppi il bandito tanto temuto.
Gli sbirri benedicono il bianco cavaliere e gli chiedono di svelare la sua identità celata dall’elmo.
Aglilulfo risponde che il suo nome verrà svelato al termine del suo viaggio e fugge.
Nella città c’è chi dice che è un arcangelo e chi un’anima del purgatorio e viene sussurrato che il cavallo correva leggero come se non avesse nessuno in sella.

Qui dove finisce il bosco, passa un’altra strada, che raggiunge anch’essa la città. È la strada che percorre Bradamante. Dice a quelli della città che cerca un cavaliere dall’armatura bianca e asserisce di sapere che è lì. Gli viene risposto che lì non c’è nessuno. Al che ella ribadisce che se non c’è è proprio lui allora le viene suggerito di andarlo a cercare dove è perché da lì è corso via.
Bradamante incalza con le domande e insiste nel voler sapere se veramente avessero visto un’armatura bianca dentro la quale pareva esserci un uomo. Perplessi costoro rispondono che solo un uomo poteva essere, ma Bradamante ribadisce che costui è più d’ogni altro uomo.
Un vecchio sottolinea che le parole di Bradamante sono diavolerie e non solo quelle, ma anche la sua voce dolce dolce.
Bradamante sprona via.

Dopo un poco, nella piazza della città è Rambaldo che frena il suo cavallo e domanda se avessero visto un caliere passare. Gli viene chiesto quale, perché ne erano passati due e lui è il terzo. Egli vuole sapere di quello che correva dietro all’altro. Gli viene chiesto se corrispondesse a verità che uno non fosse un uomo, ma asseriscono che il secondo era certamente una donna.
Gli astanti vogliono sapere a quale genere lui appartenga ed egli risponde perentoriamente di essere un uomo. Un’esclamazione di esultanza sale dalla folla.

Agilulfo cavalcava seguito da Gurdulù. Una donzella correva sulla strada, le chiome sparse, le vesti lacere e si buttava in ginocchio. Agilulfo fermò il cavallo.
La giovine principiò a invocare il cavaliere raccontando che, a mezzo miglio da quel luogo, un feroce branco d’orsi stava stringendo d’assedio il castello della sua signora, la nobile vedova Priscilla. Aggiungeva che ad abitare il castello fossero solo poche donne inermi e che nessuno poteva più entrare né uscire. Sempre più ansimante ragguagliava il cavaliere sul modo in cui era riuscita a fuggire, facendosi calare con una corda giù dai merli, sfuggendo così per miracolo alle unghie di quelle fiere e lo implorava di andare a liberarle.
Agilulfo rispondeva con fierezza che la sua spada era sempre al servizio delle vedove e delle creature inermi e comandava a Gurdulù di prendere in sella la giovinetta che li avrebbe guidati al castello della sua padrona.

Andavano per un sentiero alpestre. Lo scudiero procedeva avanti ma non guardava nemmeno la strada; il petto della donna seduta tra le sue braccia appariva roseo e pieno dagli strappi del vestito, e Gurdulù ci si sentiva perdere.
La donzella stava voltata a guardare Agilulfo e faceva notare a Gurdulù il nobile portamento del suo padrone. Egli si limitò a rispondere con un mugugno mentre allungava una mano verso quel tiepido seno.
Sempre con gli occhi su Agilulfo la donzelletta continuava nella sua contemplazione, sottolineandone la padronanza e la fierezza in ogni parola e in ogni gesto.
Solo mugolii giungevano dalla bocca di Gurdulù mentre, tenendo le briglie ai polsi, con tutte e due le mani cercava di rendersi conto di come una persona potesse essere così soda e così morbida insieme. Ignara del palpeggiamento la donzella continuava nella declamazione delle doti del cavaliere, sottolineandone la voce tagliente e metallica.
Dalla bocca di Gurdulù usciva solo un cupo mugolio, anche perché l’aveva affondata tra il collo e la spalla della giovane e si perdeva in quel profumo.
Risvegliatasi dalla sua contemplazione la fante riprese coscienza del motivo per cui si trovava in groppa a quel cavallo e rese partecipe Gurdulù della gioia che la sua padrona avrebbe provato nell’essere liberata dagli orsi proprio da un cavaliere come Agilulfo e nel contempo dall’invidia che lei stessa provava per questo fatto. Mentre parlava si rese conto che lo stalliere stava sbagliando strada e lo redarguì severamente per la sua distrazione.

A una svolta del sentiero, un eremita tendeva la ciotola dell’elemosina.
Agilulfo che a ogni mendicante che incontrava faceva di regola la carità nella misura fissa di tre soldi, fermò il cavallo e frugò nella borsa. Intascando le monete l’eremita benedisse il cavaliere e gli fece cenno di chinarsi per poterlo ricompensare con un consiglio, per la sua generosità. All’orecchio gli sussurrò di guardarsi dalla vedova Priscilla perché quella degli orsi era tutta una trappola; aggiunse che era lei stessa che li allevava per farsi liberare dai più valenti cavalieri che passavano sulla strada maestra, attirandoli al castello ad alimentare la sua insaziabile lascivia.
Agilulfo non si lasciò impressionare da quelle parole e sottolineò di essere un cavaliere e di non poter quindi sottrarsi alla richiesta formale di soccorso d’una donna in lacrime.
Dopo un attimo di esitazione il misero gli domandò se non temesse le fiamme della lussuria.
Agilulfo era un po’ imbarazzato, per cui lasciò in sospeso la risosta.
Il mendicante non voleva demordere e incalzava per mettere in guardia Agilufo sul destino cui andava incontro, chiedendogli se avesse idea di cosa restava d’un cavaliere dopo un soggiorno in quel castello. L’uomo era riuscito nel suo intento perché Agilulfo, incuriosito, pretese una spiegazione.
Allora il mendicante indicò la propria persona, asserendo che lui stesso era stato un cavaliere che aveva salvato Priscilla dagli orsi e ora era ridotto in miseria.
In verità, era piuttosto mal ridotto.
Grato dell’avvertimento Agilulfo ringraziò il mendico, assicurando che avrebbe fatto sì tesoro della sua esperienza, ma che non poteva esimersi dall’affrontare la prova.
Spronò via, raggiunse Gurdulù e la fante la quale, forse complice della sua padrona, cercò di sviare l’attenzione di Agilulfo lamentandosi dei continui pettegolezzi dei tanti eremiti che in nessuna categoria di religiosi né di laici si fanno tante chiacchiere e tanta maldicenza.
Il cavaliere chiese alla fante se ci fossero molti eremiti in quel circondario; alla di lei risposta affermativa, con fierezza asserì che lui non sarebbe mai stato in quel novero. E si affrettò verso il castello.
Nell’avvicinarsi alla meta la donzella veniva assalita sempre più dalla paura, perché già si udiva il ringhio degli orsi. Con voce concitata pregò i suoi accompagnatori di farla scendere per potersi nascondere dietro le siepi.

23/01/2024

La solitudine dei quadri primi

Era sceso il silenzio, l’ultima luce si era spenta e gli antichi spiriti della casa potevano aggirarsi liberi e leggeri per le stanze, senza essere disturbati.
Sabina, piccola ed esile, con la sua lunga gonna nera, vagava per l’aere sempre in compagnia della figlia Mina.
Non si lasciarono intimorire da una pesante porta chiusa dietro la quale si udivano mormorii e battibecchi. Incuriosite, vi passarono attraverso e lo stupore le colse quando si trovarono nel bel mezzo di una rissa tra tele appena imbrattate, altre finite e altre ancora immacolate. Da tempo le due anime non venivano in visita in quella dimora e si sorpresero nello scoprire che al momento era abitata da un imbrattatele.
Divertite da questo inaspettato spettacolo, si misero comode ad ascoltare.
“Finalmente, possiamo parlare liberamente!” esclamò il dipinto più recente, raffigurante un cencio grigio tutto ondulato. “Sono così felice di essere qui con voi, miei fratelli e sorelle!”
“Non essere così presuntuoso, novellino!” bofonchiò il più vecchio, orgoglioso delle sue sfumature rosate di una città all’alba “tu non sei niente di speciale, sei solo un altro tentativo fallito della nostra autrice di riprodurre pezzi di stoffa. Guarda che colori spenti e che pennellate grossolane! Non hai stile né eleganza!”
“Ma che dici, vecchio rancoroso!” replicò il cencio “Tu sei solo un dipinto noioso e banale, che non suscita alcuna emozione. Sei solo una copia di una copia di una copia. Non hai originalità né fantasia!”
“Silenzio, entrambi!” intervenne con sguardo severo il viso di una donna “voi non fate altro che litigare, senza riflettere che siamo tutti figli, più o meno ben riusciti, della stessa madre. Lei ci ha creati con amore e passione, e ci ha dato una vita nostra. Dovremmo essere grati e orgogliosi di lei, non criticarla o insultarla!”
“Ma lei non ci ama davvero!” protestò la foglia di acero; lei ci usa solo come esercizio, come prova; non ci apprezza, non ci valorizza, non ci mostra al mondo. Ci tiene chiusi in questo studio, dove nessuno ci vede, nessuno ci ammira, nessuno ci compra. Siamo destinati a marcire qui, in mezzo alla polvere e alla muffa!”
“Non dire sciocchezze, piccolino!” lo sgridò la copia di Renoir. “Lei ci ama tutti, anche se non lo dimostra. Lei ci ha dato una personalità, un carattere, un’anima. Siamo tutti diversi e unici, e questo è il nostro valore. Lei ci tiene qui perché vuole proteggerci, perché sa che il mondo là fuori è crudele e ingiusto. Qui siamo al sicuro, qui siamo felici, qui siamo una famiglia!”
“Una famiglia?” ripeté il grande albero triste e spoglio “Questa non è una famiglia, questa è una prigione da cui voglio scappare a qualunque costo!”
“Come osi dire una cosa del genere?” lo rimproverò il volto di un giovane nero “Tu sei solo un ingrato, un ribelle, un egoista. Tu non apprezzi il privilegio di essere un dipinto, di essere una forma d’arte, di essere una creazione della nostra amata autrice. Tu non sai cosa significhi il sacrificio, la dedizione, la disciplina. Tu non sei degno di essere qui, tu sei una vergogna per tutti noi!”
“Vergogna tu!” urlò l’albero triste. “Tu sei solo un ipocrita, un conformista, un opportunista. Tu sei solo un mercenario. Tu non sei un dipinto, sei una macchia!”

Il litigio si interruppe quando Sabina e Mina, spinte dalla curiosità di conoscere l’autrice di tali, litigiosi lavori, non crearono un vortice d’aria nel riattraversare la porta. La videro nel grande letto che dormiva serena, ignara del trambusto della camera accanto.
All’improvviso un grido silenzioso uscì dalle labbra di Mina “Mama, ti la cognosat mia? L’è quela fiuleta che la gniva int la nosta stala a bèva ul lac pena mungiù insema a la so’ nona Teresin. T’at ricordat mia?” E la Sabina annuì con un dolce sorriso. E lei, la dormiente, nel sogno risentiva il profumo della stalla e si abbeverava del latte appena munto.

Fine


05 febbraio 2024

Gatto alla deriva per un gesto inconsulto

Affamato, sdruscito, arruffato, spelacchiato
Mister Morgan percorre l’isolato in su e in giù
Alla ricerca di cibo avanzato.
E il suo pensiero va a quello stupido pesce
Boccheggiante, lucido, rosso, attraente
Che, sentendosi al sicuro dietro al vetro luccicante
Ammiccava ironico al quadrupede speranzoso
Che dal mondo esterno lo ammirava.
Galeotto fu infin lo sguardo impudico e insistente
Dello stolto acquatico che, appagato e sicuro,
nel suo liquido elemento beatamente volteggiava.
Ahi qual dolor l’inconsulto gesto gli costò
Che con felin balzo la bolla trasparente rovesciò
Mandando a coda all’aria lo stupido animale
Ormai non più attraente.
Funesta fu l’ira di donna Fausta sullo sciagurato gatto
Che una pedata gli assestò, mandandolo ramingo
Sulle rive del Po.
De divitiis pannis, dai stell ai stall, sconsolato pensava
Mentre la cena nel cassonetto, affamato, mendicava.

SPACCATO DI UN BAR DI PIAZZA MERCATO

Seduto in quel caffè io non pensavo a te… mi mancava solo il ritornello fisso nella testa stamattina!
Le palpebre si sollevano a salutare un nuovo giorno, bene, appartengo ancora a questo mondo, penso. Resto mollemente allungata sotto il piumone e il mio corpo non ne vuol sapere di abbandonare quel nido caldo e confortevole e perché poi lo dovrebbe fare? Impegni impellenti non ce sono e tutto il resto può essere rimandato a data da destinarsi. L’umore non è dei migliori e quel briciolo di ottimismo verso la vita, ancora sopravvissuto e recondito in qualche angolo della mente, fatica ad avere la meglio su questo groppo nero e denso che serra la gola.
Seduta in quel caffè io non pensavo a te… il ritornello non ne vuol sapere di abbandonarmi e picchia, spinge, mi perseguita e so per esperienza che mi accompagnerà per tutto il giorno. Maledetto, hai vinto!
Un movimento deciso delle gambe gettano all’aria il piumone e mi ritrovo infreddolita in piedi in mezzo alla stanza. Seduto in quel caffè io non pensavo a te… ora basta!
Le arance ben disposte nella fruttiera mi fanno l’occhiolino in attesa di essere spremute e il bollitore, appena mi vede, scalpita per essere posto sul fuoco per il mio thè mattutino. Resto lì, imbambolata, sposto lo sguardo dall’uno all’altro mentre il tormentone , come un’anima degli inferi, compenetra ormai tutto il mio corpo.
Oddio, mi necessita un esorcista, ma dove lo trovo? Forse se assecondassi ciò che mi suggerisce mi lascerà in pace. Andata! Dai ragazza, datti una mossa ed esci.
Infilo i primi indumenti a portata di mano e mi catapulto giù per le scale per sedermi al primo caffè che trovo sulla mia strada (peraltro breve perché abito in centro), nella speranza che la voce, trovandosi nel suo habitat, si acquieti. Per mia fortuna c’è ancora un tavolino libero; mi lascio cadere sulla sedia con tale violenza da far fuggire in volo una decina di piccioni mentre, nel silenzio caduto all’improvviso, numerosi occhi spenti e acquosi mi puntano con disapprovazione. 
Seduto in quel caffè io non pensavo a te… già la voce si sta affievolendo, superata dai borbottii, più o meno biascicati a causa delle dentiere, dei miei vicini di tavolino.
-La pressiun stamatin l’era mia tant bèla- -Oh! Anca mi a vaghi mia tant begn; t’è sentì che l’è mört ul Franco Giuanun?- -Noooo dabun! E da cusa l’è mört?-
Poveraccio, penso, anche se non lo conosco mi spiace per lui, mentre il tono del

ritornello nella testa si abbassa sempre più in sincronismo con il mio umore. Il cappuccino, accompagnato da una brioche alla marmellata di albicocche, viene abbandonato con poca grazia sul ripiano: a un primo sguardo sembra che anche loro non abbiano una giornata migliore della mia.
-L’è da un mes ch’iman uperà a l’anca e um fa ‘ncu mal e a podi mia camina senza ul bastun- Oh, madona, parlaman mia ul me’ snucc dopo l’uperaziun l’è pesh che prima- intervengono a voce alta i due vecchietti sordi alla mia sinistra.
Il cappuccino è tristemente acquoso e tiepido e mi osserva con comprensione attraverso la sua schiumetta a forma di cuore e la brioche ha conosciuto tempo migliori.
Seduto in quel caffè io non pensavo a te…
Ma, ora che ci penso, se tu pensavi di non pensare a lei, in effetti ci pensavi.