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Luisella Fiocchi, “La torre blu”

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Può una persona non particolarmente votata alle Lettere, alla frequentazione della grande letteratura scrivere un buon romanzo? A questa domanda attendevo una risposta dall’autrice, incontrandola. In effetti, leggendo questo breve romanzo, mi chiedevo delle influenze, dai riferimenti agli autori di elezione della scrittrice. Di Luisella avevo già scritto. Mi ero occupato di un suo breve florilegio raccolto nel bel libro pubblicato dal Circolo di poesia di Domodossola “Scrittori di-versi”. In questo caso “recensivo” poesia, ma già in quei pochi versi traspariva in Luisella una “vocazione per l’occulto bianco, di elfi bianchi e luminosi” che in me richiamava il mondo incantato descritto da J. R. R. Tolkien.

La stessa sensazione è emersa nella lettura della sua prosa, almeno in questo suo romanzo. “La torre blu”, ambientato in un ipotetico Nord, sempre riecheggiante brume e romanticismi, sentimenti oscuri e passioni forti, ripercorre un mondo incantato di dolcezze e buoni sentimenti. Non credo che in questo caso si possa parlare di una rilettura del romantico, di una sua riproposta. Luisella non ha questa tendenza, perlomeno qui non traspare. Semmai, la scrittrice dimostra una buona padronanza descrittiva, non avara di immagini e di figure retoriche ben strutturate ed efficaci. È felice la scrittura di Luisella, molto pulita. I personaggi sono delineati con sorvegliata compiutezza e via via si disvelano lungo il racconto con soluzioni originali ben orchestrate. L’ambientazione, lo sviluppo narrativo oscillano tra il reale e l’immaginario che non è immaginifico, semmai sogno, meraviglia, suggestione di un mondo che si vorrebbe tale, bello, incantato e incastonato, pur nelle amarezze della mondanità ripetuta, in un ordine superiore ove ogni destino si compie raggiungendo l’armonia, la serenità, il proprio naturale compimento. Probabilmente, come spesso accade, la scrittrice, quasi a prova di un Freud, realizza nel romanzo i suoi desideri, le ambizioni esistenziali che dichiarano il suo bisogno metafisico, spirituale, ovvero sapienziale di un mondo compiuto nella convergenza e nella concordia come pure in molte altre persone accade.

New Age? Direi proprio di no, non mi pare. Piuttosto, quei desideri viscerali che appartengono ai sogni secondo la lettura che Freud ne dà, in Luisella si fanno espliciti, si realizzano nel compimento del racconto. Ne la “La torre blu” ogni tassello, ogni tensione o ambizione finiscono al posto giusto, il luogo non luogo della retta e legittima ambizione di ogni essere vivente se il mondo, il creato fosse quello che dovrebbe essere.

Così avviene per il protagonista, Jochem, fine bibliotecario “privato”, che presta e vende libri presso il suo minuscolo ufficio. Pure così accadrà agli altri personaggi, nulla affatto secondari: musicista aristocratico l’uno, ferroviere in pensione l’altro; un vecchio saggio che consuma le giornate osservando il passare dei treni, Hemmanuel, quest’ultimo; suonatore di oboe e consumatore abituale di tè, Paul, che vive solitario nel suo antico maniero. Pure l’apparizione fugace di Lilive, bimba perduta e misteriosa, alter ego di ogni donna, ogni donna amata, dalla moglie morta troppo precocemente, alla cercatrice di antiche stampe, Lilljam, innamoramento fortuito e non casuale, per non dirlo rivelatore.

Uomini assorti, perduti sono i soggetti maschili del romanzo, immersi nelle distrazioni, nei giochi, nelle abitudini del vizio. Donne salvifiche, slanciate e votate al sentimento, alla sapienza della femminilità, cultrici della vita, della cura di sé e degli altri. Donne del mistero, tuttavia luminose, silfidi luminose, redentrici di quella redenzione che appartiene a chi dona vita e vita conduce in grembo, in seno, allattando, donando sé al figlio, a figli e figlie: figlie e figli, quasi che fosse obbligo dirlo, per una parità artefatta, vigliacca, dissipatrice.

In questo romanzo, che pure non possiede ascendenti letterari e che per questo risulta financo più arduo l’approccio critico, vale la pena soffermarsi sulla sua genesi, ovvero natura: sempre più si affermano nel panorama letterario autori estranei alla tradizione delle Lettere, con una volontà e decisione persino ammirevoli, che se ne impipano del passato e degli studi letterari, delle lingue classiche e dei relativi loro studi. La scuola di “massa” ha reso possibile questi esordi. È accaduto quanto da tempo e tempo avviene con la musica e le arti figurative, una pletora di musicisti, pittori, fotografi, cineasti.

La “democratizzazione” della cultura e dei suoi mezzi d’espressione è cosa fatta. Non dovrebbe disturbare, dovrebbe rallegrare tutto ciò. In me avviene questo. Ho solo un appunto da muovere ricordando Quintiliano, retore ed esteta che sollecitava virtù e bene quale fine pedagogico.

In Luisella Fiocchi ciò avviene, me ne rallegro di tutto cuore. In lei la ricerca è vigile, attenta, sottesa. Proviene da studi esoterici, viaggi in India compresi. È una donna alla ricerca non solo di sé, una donna coraggiosa e stimabile, insoddisfatta del mondo, del suo mondo, della cultura alla quale pure appartiene per nascita. Semmai, per quanto mi riguarda, interessato come sono alle cose generali, oltre che alle Lettere, sotto il profilo sociologico che pure qui non posso non assumere, la questione che si pone è per quale motivo, per quale ragione questa ricerca al di fuori dei propri orizzonti “naturali”? Possibile che la nostra civiltà non sappia più corrispondere ai bisogni elementari dell’uomo?
Parrebbe di no, e non da oggi, non a partire da Luisella.

Accennavo più sopra alla New Age non a sproposito. Tutta questa forsennata ricerca, pure ripetuta e incessante, inaugurata a fine Ottocento, prima e dopo il Concilio Vaticano II cosa significa, cosa implica?

La risposta è dolorosa, di sofferenza e fallimenti: una società disgregata, minacciata dalla superficialità propria dell’individualismo, della violenza dei diritti, dell’astrattezza dei principi; femminismo, parità di genere, e mille altre assurdità che allontanano piuttosto che avvicinare gli individui, frazionando, polverizzando il tessuto sociale, gli uni opposti agli altri, donne contro uomini, giovani avversi agli anziani, “Boomer”, “Generazione X, Y o Millennials”, ecc. La New Age parrebbe aver raggiunto l’apice, convertendo “democratici” e “conservatori” alla causa, come se il servo della gleba, l’operaio, il minatore, il contadino avesse vissuto meglio della propria moglie o prole o padre.

Fino a quando non ricorderemo da dove veniamo, chi siamo, qual è il nostro destino la vita occidentale sarà un inferno. Un inferno peggiore di quello di chi all’inferno oggi ci vive davvero.

Fortuna per me vuole che Luisella lo abbia saputo dire.

Rocco Cento