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Bianca Rossiverde

Questa è la pagina di Bianca Rossiverde.
Bianca fa parte del Laboratorio di scrittura creativa di Domodossola.

Pagine:
01 | 02

Maria Grazia Bergamasco

Passando per la via, una luce radente sprigionava ricordi e mi dava emozioni. L’uomo zoppicando, appoggiandosi e piegandosi su se stesso, era lì nella via con la poca questua nel cappello. Sorrideva al passante per l’educato gesto, forse mangiava il poverello?  forse si o forse no. Nell’allungata via Briona  tutto era silenzio, nessuno si fermava, nessuno ascoltava l’umana povertà.

“Il Cavaliere inesistente”, Italo Calvino, 1959 ( da pagina 94 a 98)
Agilulfo si ferma a chiedere la strada. Gli risponde cortese la mugnaia e gli offre vino e pane, ma egli rifiuta.
Accetta solo biada per il cavallo. La strada è polverosa e assolata; i buoni mugnai si meravigliano che il cavaliere non abbia sete.
Quando egli è ripartito, arriva, col rumore d’un reggimento al galoppo, Gurdulù. Disse se avessero visto il padrone? i mugnai risposero chiedendo chi fosse il suo padrone e lui disse che era un cavallo…e si meravigliarono. Lui continuò dicendo che il suo cavallo era al servizio di un altro cavallo; di nuovo i Mugnai chiesero chi lo cavalcasse, egli rispose che non si sapeva. Loro di risposta chiesero chi cavalcasse il suo cavallo, Gurdulù disse di chiederlo direttamente al cavallo, la mugnaia chiese gentilmente se volesse mangiare o bere e annuì contento, ingozzandosi.
Questa che disegno adesso è una città cinta da mura, Agilulfo deve attraversarla.
Le guardie alla porta vogliono che scopra il viso; hanno l’ordine di non lasciar passare nessuno col volto nascosto, perché potrebb’essere il feroce brigante che imperversa nei dintorni. Agilulfo si rifiuta, viene alle armi con le guardie, forza il passaggio, scappa.
Oltre la città questo che vado tratteggiando è un bosco, Agilulfo lo batte in lungo e in largo finché non scova il tremendo bandito. Lo disarma e incatena, lo trascina davanti a quegli sbirri che non volevano lasciarlo passare, gli sbirri urlarono che il brigante era in ceppi. Ironicamente lo benedirono e chiesero perché tenesse chiusa la celata dell’elmo.
Agilulfo rispose che il suo nome era al termine del suo viaggio, lo disse fuggendo.
Nella città c’è chi dice che è un arcangelo e chi un’anima del purgatorio. Osservò che il cavallo correva leggero come se non avesse nessuno in sella.
Qui dove finisce il bosco, passa un’altra strada, che raggiunge anch’essa la città. È la strada che
percorre Bradamante.
Dice a quelli della città sto cercando un cavaliere dall’armatura bianca. Loro risposero negativamente, lui continuò dicendo che allora era lì poiché nessuno l’aveva visto; gli dissero di andarlo a cercare perché corso via. Bradamante richiese se avessero visto un’armatura bianca con dentro un uomo, gli chiesero chi potesse esser dentro l’armatura se non un uomo, lui disse che era un uomo più degli altri. Allora un vecchio disse che ciò che Bradamante stesse insinuando erano solo diavolerie.
Bradamante sprona via.
Dopo un poco, nella piazza della città, è Rambaldo che frena il suo cavallo, Rambaldo chiese  se avessero visto passare un cavaliere, l’altro gli chiese quale dei due che erano passati e aggiunse che lui era il terzo. Bradamante speficicò che uno correva dietro all’altro specificando che il secondo era una donna. Il cittadino chiese chi fosse il primo e Bradamante non seppe rispondere, chiese allora chi fosse Bradamante e lui rispose convinto di essere un uomo.

Agilulfo cavalcava seguito da Gurdulù. Una donzella corse sulla strada, le chiome sparse, le vesti lacere
e si buttò in ginocchio. Agilulfo fermò il cavallo.
Essa invocava l’aiuto di Agilulfo e Gurdulù perché il castello della sua signora, la nobile vedova Priscilla era stretto d’assedio da alcuni orsi e non potevano liberarsi poiché il castello era abitato solo da donne; disse anche che per scappare venne fatta calare dai merli con una corda.
Agilulfo rispose che la sua spada sarebbe sempre stata al servizio di vedove e creature inermi e disse a Gurdulù di prender con se la giovinetta affinché potesse giudarli al castello.

Andavano per un sentiero alpestre. Lo scudiero procedeva avanti ma non guardava nemmeno la strada; il petto della donna seduta tra le sue braccia appariva roseo e pieno dagli strappi del vestito, e Gurdulù ci si sentiva perdere.
La donzella stava voltata a guardare Agilulfo e commentò il suo portamento..
Gurdulù rispose con un verso di affermazione mentre allungava una mano verso quel tiepido seno.
Ella continuava commentando i gesti e le parole, Gurdulù rispose allo stesso modo mentre con tutte e due le mani, tenendo le briglie ai polsi, cercò di rendersi conto di come una persona potesse essere così soda e così morbida insieme.
Lei continuò parlando della voce di Agilulfo che le pareva tagliente e metallica.
Dalla bocca di Gurdulù usciva solo un cupo mugolio, anche perché l’aveva affondata tra il collo e la spalla della giovane e si perdeva in quel profumo.
Infine la donna disse, con leggera invidia, che la sua padrona poteva ritenersi fortunata ad esser liberata da Agilulfo, continuò rivolgendosi allo scudiero che stava uscendo di strada, se fosse distratto.
A una svolta del sentiero, un eremita tendeva la ciotola dell’elemosina.
Agilulfo che a ogni mendicante che incontrava faceva di regola la carità nella misura fissa di tre soldi, fermò il cavallo e frugò nella borsa.
L’eremita intascando le monete diede la benedizione al cavaliere, e gli fece cenno di chinarsi per

parlargli nell’orecchio, lo voleva ringraziare subito, infatti gli disse di guardarsi dalla vedova Priscilla e che la cosa degli orsi era solo una trappola, continua dicendo che era la stessa donna ad allevarli affinché i più valorosi cavalieri potesse liberarla alimentando la sua insaziabile lascivia.
Agilulfo rispose che probabilmente aveva ragione ma lui era un cavaliere e sarebbe stato scortese sottrarsi alla richiesta formale di una donna in lacrime
L’uomo chiese se non temesse le fiamme della lussuria.
Agilulfo era un po’ imbarazzato e rispose che avrebbe visto…
L’uomo continuò chiedendo se sapeva cosa restasse dei cavalieri che aiutavano la vedova.
Agilulfo rispose interessato; il mendicante gli disse che anche lui in principio fu cavaliere, e anche lui aiutò la vedova Priscilla dagli orsi.
In verità, era piuttosto mal ridotto.
Agilulfo rispose che avrebbe fatto tesoro di ciò che il mendicante gli aveva detto, ma comunque avrebbe affrontato lo stesso la prova… spronò via, raggiunse Gurdulù e la fante.
La ragazza disse stizzita cosa avessero da dire questi eremiti e che in nessuna categoria di religiosi né di laici si fanno tante chiacchiere e tanta maldicenza.
Agilulfo chiese se ci fossero tanti eremiti in giro , la donna rispose che in giro era piena e che se ne aggiungevano sempre di nuovi.
Allora Agilulfo affermò che non sarebbe stato uno di quelli e disse di affrettarsi.
La donzella disse che odiava il ringhio degli orsi e esclamò che aveva paura  e che avrebbe dovuto farla scendere per nascondersi dietro la siepe.

Gli auguri anonimi di Bianca

Natale

Non è Natale
negando l’esistenza 
con il passar del tempo
sarà dannoso
creerà dipendenza
sarà cammino lento
di povertà

E’ Natale
pienezza del giorno
liberatore è il Messia
tempo nuovo di speranza
tra le righe della vita.

Santa terra
padre
nato da donna
sotto la legge
figlio
uomo dal primo istante
avrà facoltà della parola.

(Queste modeste parole, giungano come augurio di Buon Natale a tutti voi, che siano parole di riflessione, cercando di portare tra la gente buoni propositi, trovando pienezza di misericordia lasciando l’indifferenza, per non essere vittime di un mondo ingiusto.)

 

Racconto di attualità

Lettera al Direttore del settimanale Gente, su cui era stata pubblicata l’inchiesta “Il mostro di Arcevia” sul femminicidio di Katia Bianciardi.

 Caro Direttore,
Mi chiamo Pierangelo Borelli e sono (ero) il compagno di Katia. L’ho uccisa io.
Lo avevate capito, davvero bravi. Ma avete scritto anche un mucchio di cazzate, quindi, prima di costituirmi, voglio dire la mia.
Non voglio più nascondermi e non riesco più nascondere questo efferato delitto. Lo dico con la semplicità di un bambino inconsapevole del dopo.
Katia l’ho conosciuta sui banchi di scuola, lei amorevole nei miei confronti protettiva come una madre. Ci siamo frequentati fino da quei giorni. Ma ultimamente ero confuso, offuscato dal non sapere dove lei fosse, mi pareva di non vederla più o che mi potesse dire no rifiutandomi in qualche modo. Quel No!, nella mia mente risuonava come un eco indelebile, del non essere più per lei elemento assoluto, cercavo di cancellare dentro di me quell’eco fastidioso che mi mordeva il cervello, ma nulla potevo fare.
Capisco solo ora il mio disagio per non avere più Katia. Ero disperato e pensavo ad una soluzione che non mi era ancora chiara.
Lasciato il bar dove ogni giorno andavo con lei a bere un caffè, mi rinchiusi nella mia stanza in solitudine, ero seduto al buio, non vedevo l’azzurro del cielo, la mia mente era un treno in corsa, non aveva meta precisa e non si fermava, continuava il suo delirante viaggio nell’infinito incubo in cui mi trovavo, anche il gatto non osava avvicinarsi, si prendeva le distanze da me, sentiva la mia diabolica possessività verso di lei, avessi capito quel gesto forse Katia sarebbe ancora qui con me.
Non tolleravo l’idea che lei non fosse a casa da più giorni. Mi aveva detto che andava dai suoi genitori a Certopiano perché la mamma non stava bene. Tutte balle! Non rispondeva né al cellulare né su whatsapp. Sua madre diceva che Katia era appena uscita, di lasciarla stare. So io dove andava …, da quello stronzo!
Dopo ore passate al buio in quella stanza, richiamai per l’ennesima volta Katia e finalmente mi rispose. Le diedi appuntamento alle 21 al Parco Archeologico, come facevamo da ragazzi. Arrivata l’ora dell’appuntamento, poco prima per caso aprii il cassetto della cucina e vidi un coltello a lunga lama appena affilato, lo presi lo misi nel tascone del giubbotto e uscii in sua compagnia, pensando fosse un amico sincero. Mentre mi avvicinavo al Parco, lavoravo mentalmente in modo affannoso; pensavo che uomo sarei stato senza Katia, se qualcuno me l’ha avesse portata via. Era veramente Francesco, il nostro fidato consulente che la chiamava a qualsiasi ora per questioni di banca? Sì, era certamente quello lì. Fermentava in me quel forte dolore di cui ancora non comprendevo del tutto la provenienza.
Vedendola arrivare col telefono all’orecchio, subito scaturisce un senso di rabbia che sfocia in un litigio. Katia nega tutto, dice “stai delirando”. Preso da incontrollata furia (il coltello era lì nella grande tasca che aspettava d’essere accompagnato dalla mia mano nervosa) impugnai l’arma e ripetutamente mi scagliai sul suo volto e sulla testa, ferendola. Le sue urla lancinanti mi eccitavano al maligno gesto, non ricordo bene quante coltellate le abbia inferto, so che Katia quasi incosciente mi chiese perché, non le diedi risposta, la guardai dolcemente morire.
Mi resi conto poco dopo del dramma provocato, cosa fare, dove andare, il treno del mio cervello cominciava a rallentare la sua folle corsa, si fermò alla prima “stazione”, lasciai Katia e ritornai silenziosamente in quella buia stanza, non vidi mai più l’azzurro del cielo come erano gli occhi di Katia.
Pochi giorni fa sono andato a trovare mio zio Angelo. Dopo lunghi discorsi e due bicchieri di rosso (che ho molto gradito), racconta della mia prima travagliata infanzia. Sono rimasto sconcertato dalle sue parole; la relazione tra mia madre e mio padre, il non essere accettato da entrambi come se non fossi stato desiderato. Un piccolo intruso, in pratica.
Solo in seguito – continua mio zio – dopo i cinque o sei anni fui accolto e amato, ma, come ricordo bene, avevo 11 anni quando mia madre andò via.
Un bambino non cancella, non il suo subconscio.
Certamente dentro di me è rimasto quel solco stratificato e vergognoso che ha determinato la mia condanna.
Confesso ma non so se raggiungerò mai il pentimento di tutto ciò. Aiutatemi a capire a spiegare l’effimero gesto, almeno per rivedere l’azzurro del cielo.
Chiedo perdono, forse un giorno non lontano uno spiraglio di luce mi condurrà vicino a Katia.

 Pierangelo Borelli, 13/11/2022, Arcevia (Ancona)

 

21 gennaio 2024

Tratto dal romanzo “La Bambola di pezza” di Bianca Benvenuta Marchesi, pag. 42

Sono nella mia camera, attendo l’arrivo di mio padre, oggi 13 giugno 1914, io e lei “la bambola di pezza” aspettiamo, mi guarda silenziosa, bocca chiusa non emette suono, il suo sguardo pare volgere al cielo.
Non mi resta che pregare.

Freddo. il vento corre lungo le ringhiere, non sento il sole sulla pelle ma non accenderò la stufa. La porta, chiuderò solo la porta. Il silenzio compagno di questo infausto giorno. La stanza si colma di colori come quadri sulle pareti bianche. Respiro affannoso che si rifugia in un gelido iceberg alla deriva, ho una bruciante sensazione: qualcosa sta per accadere.
Aspetto e nulla accade … ma ad un tratto sento un lontano lamento, fastidioso si diffonde nella dimora, mi par di sentire la civetta prigioniera di una parola non detta,
malaugurato uccello dal lugubre canto. La guerra confonde gli innocenti. “Mediazione” in grado di mediare tra le parti durante le varie fasi di un conflitto. Quella parola non detta ha esteso la guerra, ha fortificato la sua struttura distruttiva di morte.
La guerra impone uno sforzo popolare mai visto prima; enormi masse di uomini vengono mobilitati sul fronte interno, così come sul fronte di battaglia, dove i soldati dovranno adattarsi alla dura vita di trincea, alle privazioni materiali e alla costante minaccia della morte, che impone ai combattenti la necessità di dover affrontare enormi conseguenze psicologiche collettive ed individuali.

Mio padre sa benissimo cos’è la guerra, questa mischia a conflitto armato. Ma questa è la Grande Guerra.

Bianca Benvenuta Marchesi

 Biografia

Considerata tra le maggiori scrittrici della seconda metà dell’Ottocento, Bianca Benvenuta Marchesi, in arte Rose Mary, nasce a Bergamo il 30 aprile 1863 da famiglia agiata.
È la primogenita di tre figli e sorella di Edmondo (1865-1949) e Gualtiero (1875-1887).

Il padre Ambrogio, di famiglia borghese, era professore dell’istituto Agrario e commerciante agricolo. Prestò servizio nell’esercito Austroungarico. Tenne un diario pomposamente intitolato “Diario di Guerra”, ben noto  alla figlia.
La madre, Egilda Allodi Colleoni, contessa di Wolfsberg  (Austria) e Pedrengo (BG),  era proprietaria di terreni coltivati a latifondo (ancora oggi nelle campagne di Petrengo esistono terreni detti “della Contessa”).

Rose Mary frequenta il ginnasio e poi si laurea in lettere.
Gran parte della sua vita ci è nota dai suoi “Diari”, pubblicati postumi in edizione limitata da Edmondo. Purtroppo sono andati perduti i diari dell’adolescenza e prima giovinezza.

Nel 1885 pubblica il primo romanzo “L’acqua è respiro”, opera ancora immatura ma vicina alle sue tematiche e al suo stile successivo.
Appassionata di opera, lo stesso anno ebbe modo d’incontrare a Milano il maestro Giuseppe Verdi che avvicinò Bianca alla causa risorgimentale.
La frequentazione con l’anziano musicista fu aspramente criticata dalla madre, fedelissima asburgica, al punto che negli anni successivi fu causa di interruzione dei rapporti tra Bianca e la madre. Bianca non fu mai contessa e i possedimenti di famiglia furono lasciati in eredità al fratello Edmondo.

Ispirata da Verdi e dai racconti del padre, scaturisce il secondo romanzo “La figlia del Capitano”. In questo romanzo un episodio è ambientato nelle isole Andamane: la figlia del Capitano, che altri non è che Rose Mary, istiga alla rivolta gli schiavi di un villaggio contro il governatorato inglese. Secondo alcuni lo stesso Salgari apprezzò molto il
romanzo …

Trasferita definitivamente a Milano e ben introdotta nel mondo artistico, Rose Mary pubblica un altro romanzo avventuroso: “Battistero marmorea raffigurazione”, in cui si rappresenta ancora eroina romantica, cui seguono i racconti “Fiore del maredi tematica simile.

Negli anni successivi, dopo aver pubblicato la raccolta di poesie “Charlotte” (1908), collabora con la rivista milanese Poesia, su cui i pittori futuristi pubblicano il loro Manifesto della Pittura (1910).  Rose Mary s’infiamma per gli ideali socialisti e interventisti. Diviene poi confidente e amante del pittore futurista Giacomo Balla con cui si avvicina allo sperimentalismo.
Sono del periodo 1909-1912 le raccolte di poesie e aforismi “BEN-VE-NU-TI”, “Favola” e “Illusione veloce”. Quest’ultima è particolarmente apprezzata da Tommaso Marinetti che ne cura la traduzione in francese e convince Giacomo Balla a illustrare l’opera.
“llusion Rapide” è rappresentata a Parigi al Caffè Teatro Saint Germaine il 13 settembre 1913 con l’ausilio di mimi e la proiezione dei quadri di Balla, ottenendo applausi scroscianti e sonore contestazioni a scena aperta. Segue una scazzottata tra futuristi e tradizionalisti con l’intervento della gendarmeria che sospese lo spettacolo. Ma la controversia prosegue: la poetessa francese Anna De Noailles sfida Rose Mary a duello facendole ricapitare un biglietto su cui scrive testualmente: «Avete insozzato questo sacro teatro col vostro ignobile spettacolo di vagabondi italiani. Il suolo francese dovrà essere purificato con il vostro sangue. Io vi sfido a duello mercoledì prossimo a mezzogiorno ai Jardin de Plantes. Decidete voi l’arma». Rose Mary non risponde e non annota l’episodio, e il biglietto fu trovato dal fratello Edmondo dopo la sua morte.

 Rose Mary lascia l’abitazione milanese nel 1914 per tornare alla casa paterna.
Durante la Grande Guerra riprende la prosa tradizionale con “La bambola di pezza”, “Il tramontar di stelle”, “Una giornata in campagna”. Si dedica inoltre all’insegnamento delle lettere presso la scuola del padre.
Dopo una lunga pausa, pubblica nel 1934 il romanzo “Rivoluzione delle donne”, storia di una famiglia che possiede sterminate risaie in cui lavorano le mondine. L’autrice prefigura tematiche femministe in largo anticipo sui tempi. Tale romanzo, insuccesso commerciale, è ripubblicato nel 1953, e fu motivo di riscoperta dell’autrice da parte di pubblico e critica. Il romanzo fu tradotto in spagnolo, portoghese e francese.

L’ultima sua opera, del 1945, è l’autobiografia “Al mio capezzale”, per la prima volta firmato col nome completo.
Bianca Benvenuta Marchesi si spegne a Bergamo il 16 novembre 1945.


Nota

Un’approfondita analisi critica sulle opere di Bianca Benvenuta Marchesi, è stata divulgata da Pier Luigi Guadagnino nel 1964 pubblicata da Einaudi. La mia modesta biografia si basa su quest’opera.


P.S.

Con il compito di inventare una biografia, mi è stata data la possibilità di ricercare ancora una voltala la storia da cui proveniamo, per non dimenticare per non essere indifferenti ed esprimere al meglio noi stessi.
Ha lasciato spazio alla fantasia, prendendosi carico delle nostre emozioni (e  non è poco).
Per quanto mi riguarda resto affascinata dai miei personaggi, sia quelli inventati che quelli veri introdotti nel mio raccontare nel recitare, finzione o verità?, non saprei , forse un domani realtà.

Bianca Rossiverde

28/01/2024
Poesia sonora

Eze timibe
pato pranzolo
biso prololo e mi fu marato
tica grelor tica grelor
valsartan tica grelor
atorva statina valsartan
e mi fu marato biso prololo

28/01/2024

In laguna

Mi persi tra le calle di Venezia
l’uomo, semplice e sincero
nel suo piacevole dialetto.
L’alba, transita in laguna
bussolai, gesti di sempre
il pescato misero bottino
all’imbrunire si torna ai bilancioni.

Morbida luce all’alba
beccheggiano le curve del canal
l’egretta garzetta, dal becco sottile
colpisce con precisione, l’arciere.

Litorale arso, dall’umana eredità
l’orto di convento, merce rara
la laguna spazio vuoto, alla foce.

28/01/2024

Mia, fu questa terra
all’orizzonte lontana parea
sorta dal mare
giunge chi sogna all’isola del sole.

Terra dai mari attraversata
sulle ali spume cristalline
luce cordiale al vulcanico monte
spezie d’estate assai gustose.

Nel vederti pensai
che fosse giunta l’ora
solitari illusori concetti
non hanno funzione
io passo e lei resta
mi celo dietro ad un fiore
calpesto solo il mare
trasportata da un’onda vaga.

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05/02/2024

Il primo piatto del mattino


E’ l’alba. Mi svegliai tardi quando era presto, s’era già fatto giorno, anche la notte sbocciava, camminava in simultanea e sboccava dalla fame, feci tanto chiasso che svegliai tutti, in casa, anche il cane e il gatto il re.
Scorsi una fetta di pane e un po’ di caffè. Ho fame. Ci sta anche un buon tè. Cavoli però, sento bollire lessare ul tè, sul tavolo del cucinotto vicino al salotto, ci sta una tazzinetta di caffè cappuccio un tè, bè, semmai anche la buvetta, perfetta. 
Improvvisamente, con, gli occhi ancora spiegazzati, come stirati, o stropicciati, ovvio perché?  un profumo inebriante, esaltazione compromessa di giocosa sensazione, delicato incanto al palato. Oddio oddio. Ho bisogno di un caffè, buvetta e tè. Macina macinetta aromatica espressa, abissina Kaffa che ebbe Bonga, caffica omotica lingua.
La moca sul fuoco, arde infiamma il consumatore, lega, lenta, gorgheggia, borbotta parla, non lascia scampo nemmeno alle lumache. Si confida a Me. Chi io lui o forse lei. Influsso benefico gradevole delicato incanto. Dimmi o mio palato la fragranza la sostanza esalta l’aroma? il profumo? un balsamo gradevole sensazione modera al lavaggio. Il tuo vocino vocalizzo cluuu cluuu cluuu, arriva anche lassù, magico amico un chicco granello di caffè, tu sei il mio primo piatto del mattino, ora voglio giocar con tè, tra un cappuccio un caffè un tè. Son tutti tuoi figli, beniamini, ini ini ini. Chi è il padre del caffè? Non io non te, be. Erede rampollo, piccolo piccino fu il chicco di caffè, è è è. Non cambiar colore, ore ore ore. Non giallo o verde germoglio. Sono condito speziato aceto olio diventato. Io. Si sono solo un piccino pulzello minuto chicco di caffè. Ma. Tu. Io. E l’altro, il tè, piccolezza ma anche grazia, volgo per tè, in una mingherlina tazzella ridotta scodella, calibrata per essere mangata. Come’. Perché. Mi disse il buon chicco di caffè. Somatizzo l’incantesimo. Un paziente maldicente. Riferisco mio rettore. Si io perché. Un chicco di caffè. Si. Che avessi fame.