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A tempo Libero | Postfazione

Il testo ripropone la postfazione al libro di Giuseppe Possa “A Tempo Libero

Ricevere il manoscritto di Giuseppe Possa, che per la prima volta raccoglie in un volume alcuni suoi lavori di critico, e precisamente degli ultimi quattro anni legati alla pandemia, mi riporta ai tempi della sua conoscenza, allora giovane collaboratore delle pagine culturali di Eco Risveglio Ossolano, diretto da Benito Mazzi.Erano gli anni Settanta, eroici e sanguinari, per non dirli folli e squinternati. Io, di qualche anno più giovane, mi cimentavo nella scrittura, senza perdere occasioni per fare capolino nei movimenti studenteschi e politici, dal profilo extraparlamentare, come allora dettavano le mode imperanti.Avere la sua raccolta ora tra le mani mi muove al sorriso, non posso evitare di immaginare e rammentare gli innumerevoli scritti, recensioni, presentazioni, mostre che a lui attribuisco. Sorrido con affetto, come fanno i vecchi, compiaciuto di quella benevolenza che appartiene agli anziani, a quelli che “sanno”, quelli che hanno tutte quelle risposte che non interessano più a nessuno. È la vita, la ruota, il cerchio, come da sempre, quella circolarità attestata a partire da uno scriba egizio che si lamentava delle nuove generazioni, dei nuovi costumi, incapace, come tutti gli anziani, di adattarsi al cambiamento.Succedeva in età storica, lo attestano le fonti. Succedeva in età protostorica, dobbiamo ritenere, stando al principio d’induzione, alla logica e ad altri ammennicoli di egual genere.Eppure, Giuseppe ha scritto fiumi di inchiostro, senza peritarsi di inquinare il pianeta, come tutti un tempo, consumando gli occhi, la testa, gli affetti. Ne è valsa la pena?Si risponderà che la passione, la fede nell’arte, la curiosità, l’interesse e quella minima ambizione di “esserci”, presenza del tempo e testimonianza, inducevano questo. È vero. Giuseppe ha testimoniato. Cinquant’anni di testimonianze: dall’Ossola a Milano non c’è “evento” o personaggio con cui non abbia conversato, collaborato, scrivendone.Una piena del Bogna, nostro fiume e torrente, “nostro” di quelli di Bognanco (come lui), della Cappuccina, di Mocogna, di Bisate. I suoi scritti sono lanche, buzze, “buriüi” del Bogna in piena, come negli anni Cinquanta, seguenti e precedenti.I suoi scritti sono buriüi? Forse no. Pensandoci, è la sua vita ad essere un “buriün”, una lanca di scritti che raccoglie mezzo secolo di vita ossolana, milanese, piemontese e lombarda, e a volte di altre regioni ancora.E adesso? Ora è “anziano”, la sua passione, come è dei vecchi, è la Storia, propria e universale. Invecchiare è un apprestarsi, mettere le cose “a posto”, riordinare, ricordare, con la speranza che le stelle, ovvero chi per esse, concedano il tempo di terminare il rassetto per poi partire senza saper per dove. Spesso ci ritroviamo, io e Giuseppe. Ci lamentiamo. Mettiamo le ginocchia sotto il tavolo per un pasto frugale, conviviale.Chi si ricorda di Giuseppe? Beh, io sì. Va bene, bensì gli altri, intendo gli altri: chi? Son certo anche nel momento presente che, se ci fosse da organizzare, scrivere, presentare, Giuseppe salterebbe fuori dal cilindro: Giuseppe, Giuseppe, Giuseppe.In effetti, Giuseppe ha scritto di tutti, per tutti, me compreso (e già dai miei primi libri degli anni Ottanta). E poi?Poi il Vangelo, (Lc 17,7-10): In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».Già. Ma Giuseppe crede nel “pulviscolo dell’universo”, come suo nonno. Eppure, io credo nel Vangelo, senza che ciò, questo nostro “divergere”, crei ombre, malintesi, primati.Meriterebbe ben altri riconoscimenti Giuseppe, io lo so. Nel suo capo, nel cervello c’è mezzo secolo di vita artistica, letteraria, politica, sociale. Una coscienza smisurata. Incoronarlo poeta, laurearlo poeta, letterato con alloro, corone d’alloro? Lo è già, ma nessuno se ne avvede.La sua poesia è alta, possiede umanità e stile. La sua prosa è alta, di umanità e stile si nutre.Beh, che gioia avere questo suo scritto tra le mani, e che onore.Questo caro amico ritiene di non avere alcun luogo cosciente nel “pulviscolo dell’universo”, così ha sempre raccontato. Anche suo nonno aveva la stessa convinzione.Quando sarà il momento, son certo che il pulviscolo dell’universo, il nulla indistinto, il voto indeterminato lo accoglieranno, sebbene lui insista che finiremo tutti nell’oblio cosmico.Pure, è certo, per tramite di qualche buco nero, qualche buco bianco, in qualche galassia “peculiare”, in un esopianeta ancora sconosciuto, vergine e candido come latte appena munto, da qualche parte pure e insomma, secondo me, ci rincontreremo.